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martedì 29 novembre 2011

Forti temporali pure in Tunisia, particolarmente colpita la parte settentrionale

Piogge, rovesci e temporali non hanno risparmiato neppure l’alta Tunisia, duramente colpita durante la mattinata da una serie di forti eventi precipitativi che hanno causato allagamenti e disagi vari in numerosi distretti del paese nord-africano. Sulla Tunisia settentrionale durante la prima mattinata odierna, con l’avvicinamento della goccia fredda in quota dall’entroterra algerino, si è venuta a sviluppare unaSupercella che ha dispensato abbondanti piogge, rovesci e temporali, con frequenti fulminazioni, che per diverse ore hanno imperversato in molte aree interne del nord della Tunisia. Piogge e temporali localmente intensi non hanno risparmiato l’area tra Tunisi e Biserta. Le precipitazioni hanno gonfiato alcuni corsi d’acqua (Uadi) che attraversano la regione montuosa interna, vicino il confine con l’Algeria orientale. Il maltempo è stato accompagnato da una ventilazione orientale che è divenuta a tratti particolarmente sostenuta.








Tunisia: salafiti bloccano lezioni ateneo,sequestro preside

(ANSAmed) - TUNISI, 29 NOV - Un gruppo di fondamentalisti islamici (salafiti) ha bloccato l'accesso alla facoltà di lettere dell'università di La Manouba (Tunisi), sequestrando il preside ed impedendo lo svolgimento delle lezioni e degli esami.

Motivo principale della protesta, la decisione del Consiglio di facoltà di interdire alle studentesse il niqab, oltre che alle insegnanti e alle altre dipendenti. Il divieto si basa anche su una disposizione, risalente allo scorso 5 aprile, del ministro dell'Istruzione del governo provvisorio, Taieb Baccouche: "il niqab é categoricamente interdetto negli istituti di ogni ordine e grado e non potrà essere autorizzato, in quanto non esiste alcuna relazione tra questo abbigliamento e l'Islam". Altro motivo di questa forma di protesta, che ha suscitato una serie di commenti negativi e preoccupazioni, e' la richiesta di destinare una sala di preghiera all'interno della facoltà. A cio' si devono aggiungere le richieste di corsi separati tra maschi e femmine, cosi' come le docenze, maschili per gli studenti, femminili per le studentesse. Ai giovani studenti che avevano avviato la protesta si sono successivamente aggiunti individui di 60-70 anni, secondo notizie raccolte presso il personale docente. (ANSAmed).


http://ansamed.ansa.it/

Dimenticati in Tunisia

In Tunisia, ci sono 60 italiani che vivono in condizioni di disagio ed emarginazione. Sono i figli degli emigrati che, nei primi del Novecento, cercarono fortuna verso le sponde Sud del Mediterraneo. Dopo il processo di decolonizzazione, hanno perso tutto. Le loro terre sono state nazionalizzate. E adesso vivono con gli aiuti della diocesi di Tunisi: 50 dinari al mese, circa 30 euro. Ernesto Biondolillo è stato trovato morto, lo scorso anno, tra i rifiuti nella sua stanza a Le Kef, una cittadina collinare a Sud-Ovest di Tunisi.
Stessa sorte è toccata a Calogera Bellaria, nata a in Tunisia nel 1916. «Dal 2004, gli anziani italo-tunisini sono completamente lasciati a se stessi e subiscono la prepotenza dei furbi di turno», spiega a Lettera43.it Otello Bisetto, prete di frontiera della diocesi di Tunisi, «non hanno più niente e non prendono neanche una minima pensione: è un’agonia continua».








http://www.lettera43.it/attualita/32386/l-odissea-di-60-italiani-che-vivono-in-estrema-poverta_breve.htm

Egitto, la follia delle elezioni: una vera macchina da brogli


L
a ressa nei seggi elettorali che ha obbligato a posticipare di due ore la chiusura delle urne ci consegnerà di qui a 4 mesi, quando il farraginoso meccanismo di voto sarà terminato, un Egitto che ben poco avrà a che fare con la piazza Tharir di questi ultimi giorni. È partito il primo di ben 12 turni che si terranno fino a marzo per determinare le due Camere; in lizza 42 partiti, molti raggruppati nelle 4 principali alleanze. Fatti salvi i brogli – che sono enfatizzati, non a caso, da questo lunghissimo calendario elettorale - è largamente prevedibile che andrà a finire come in Tunisia e in Marocco. Il partito Libertà e Giustizia – proiezione dei Fratelli Musulmani – sarà con ogni probabilità il primo partito del Paese, ma con un risultato contenuto, che i sondaggi indicano tra il 25% e il 30%. Se si volesse vedere la cosa con ottimismo, si potrà dire che in verità – attribuito un 10% – 15% ai partiti salafiti – un buon 60%-65% dei voti – e forse anche più – sarà a favore dei partiti laici. Ma nessuno di loro sarà in grado di contrastare la maggioranza relativa dei Fratelli Musulmani (come già è successo in Tunisia e in Marocco) per la drammatica ragione che sono divisi da piccole rivalità e diatribe e che non sanno elaborare una proposta convincente, che attiri consensi.
Questo, nonostante che l’Egitto dal 1920 e sino al golpe di Neguib e Nasser del 1952, abbia visto l’egemonia indiscussa del grande partito laico e nazionalista Wafd. Una tradizione stritolata da 50 anni di regime di Nasser e di Mubarak che oggi vede i laici – e ancor più i liberali – privi di solidi legami con il complesso della società egiziana. In questo contesto, sarà importante verificare quale sarà il risultato di «Almasrien Alahrar», «Egiziani liberali», il partito laico fondato dal tycoon copto Naquib Sawiris (ex proprietario  di Wind e oggi di www.libero.it, il primo portale in Italia), che dovrebbe raccogliere i voti della minoranza copta (10% degli elettori) e anche di ceti medi e agiati.


Tunisia, poliziotti protestano contro accuse uccisione manifestanti

Tunisi (Tunisia), 28 nov. (LaPresse/AP) - Centinaia di poliziotti hanno protestato a Tunisi accusando il nuovo governo di usarli come capri espiatori e di attribuire a loro la gran parte della responsabilità per abusi commessi durante gli anni del regime del presidente Zine El Abidine Ben Ali e per le uccisioni di centinaia di manifestanti durante la rivolta antigovernativa. La polizia ha fatto sapere oggi che nel caso di 150 membri delle forze di sicurezza detenuti non è stato rispettato il diritto a un processo giusto. Alcuni agenti in protesta hanno fatto appello alle autorità perché lancino un'indagine sulle morti dei manifestanti, alludendo a un possibile coinvolgimento dell'esercito nelle repressioni delle proteste.








http://www.lapresse.it/

UNISIA, UNDP SOSTIENE RIPRESA POLITICO-ECONOMICA

(AGIAFRO) - Tunisi, 28 nov. - Il Programma delle Nazioni unite per lo Sviluppo (Undp) ha messo a punto uno schema di aiuti e di assistenza tecnica per accompagnare il processo di transizione costituzionale e democratica in Tunisia. Lo ha reso noto il rappresentante dell'Undp a Tunisi, Mohamed Belhocine, in un intervento ad una tavola rotonda incentrata sull'attuale, delicato momento attraversato dal Paese maghrebino. Il dirigente dell'organismo internazionale ha precisato che il programma messo a punto per facilitare la ripresa politica ed economica tunisina prevede, tra l'altro, la "riforma del sistema di sicurezza, la lotta alla corruzione, il rafforzamento delle garanzie giuridiche, il consolidamento del ruolo della societa' civile e il sostegno all'Assemblea nazionale costituente". (AGIAFRO) 






http://www.agi.it/

Tunisia: informazioni utili

La Tunisia si raggiunge con un breve volo aereo dalle principali città italiane con le compagnie aeree Tunisair (www.tunisair.com), che effettua ben 26 collegamenti settimanali, e Alitalia (www.alitalia.it).


Da Tunisi si può viaggiare in taxi o noleggiare un’automobile. L’ideale, tuttavia, è organizzare il viaggio con un tour operator. Ed è subito viaggi (www.subitoviaggi.it), Welltour (www.welltour.it), Eden Viaggi (www.edenviaggi.it) e Il Tuareg (www.iltuareg.com) sono alcuni degli operatori che hanno la Tunisia come destinazione.


Qualora voleste viaggiare da soli, prima consultate il sito della Farnesina: www.viaggiaresicuri.it


Per maggiori informazioni: www.tunisiaturismo.it



Ritorno in Tunisia

(di Ida Bini)


A quasi un anno dalla rivolta che ha stravolto il Nord Africa, i turisti tornano in Tunisia nei resort della costa – con più di mille chilometri di spiagge dalla sabbia finissima -, nei vicoli e nei souk di Tunisi, tra le dune e le oasi del Sahara, alle rovine archeologiche di Dougga e Cartagine e nella città santa di Kairouan. Ecco alcuni itinerari per riscoprire la bellezza, la storia, la cultura e le tradizioni di questo Paese nord-africano che ha lottato per ottenere libere elezioni e che si sta spendendo per dare un nuovo slancio al turismo, perno essenziale della propria economia. Sbarcati a Tunisi si capisce subito che molte cose sono cambiate, che da qui è partito un movimento forte e radicato di voglia di cambiamento: i giovani discutono di politica seduti ai tavolini dei caffè lungo avenue Bourguiba dove leggono i giornali internazionali o si collegano a Internet per discutere di futuro con il resto del mondo. Le scritte sui muri inneggiano alla giustizia e alla libertà e il fermento si percepisce un po’ ovunque.


E’ una città piacevole, Tunisi, piena di fascino e di contrasti: è araba ed europea, esotica ma anche cosmopolita e vibrante. Ha un’anima orientale, con la Medina del VII secolo meglio conservata dell’Africa settentrionale e le millenarie tradizioni, e un volto occidentale, con la cattedrale cattolica, gli edifici colorati, retaggio del periodo francese, e gli eleganti balconi in ferro battuto, gli ampi viali e i grattacieli.


Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, la Medina, cuore antico di Tunisi, regala attorno ai vicoli e alla splendida e prestigiosa Zaituna – o moschea dell’Ulivo- un’atmosfera unica e colorata con i souk, gli hammam e le bancarelle di artigiani e commercianti che vendono tappeti, narghilè, essenze, gioielli, i caratteristici berretti di feltro rosso e le spezie usate per l’ottimo cous cous tunisino: cardamomo, cannella e zafferano.




continua su: http://www.ansa.it/web/notizie/canali/inviaggio/news/2011/11/28/visualizza_new.html_12968147.html

sabato 26 novembre 2011

Tunisia: donna poliziotto velata in servizio

(ANSAmed) - TUNISI, 25 NOV - Una donna poliziotto tunisina ha svolto il suo servizio indossando, sotto il regolamentare berretto, anche il velo (hijab). Cosi' é stata fotografata dinnanzi la sede del ministero dell'Interno, nella centralissima avenue Bourguiba (la strada principale del centro di Tunisi) e, secondo quanto riporta oggi il giornale francofono Le Quotidien, le reazioni dei passanti sono state diverse, ma sempre rispettose, per questa "prima, che non ha lasciato indifferenti". E si chiede se questo non sia un segno legato al successo elettorale del partito Ennahdha. Per il sito on line Business News, "il paesaggio politico e urbando sta cambiando in Tunisia" ed anche i superiori della poliziotta "non hanno trovato nulla da ridire, in quanto la divisa é rispettata". (ANSAmed).

Tunisia: da Italia linea di credito di 73 milioni di euro 25 NOVEMBRE

(ANSAmed) - TUNISI, 25 NOV - Un protocollo di accordo per un valore di 73 milioni di euro stanziati dal governo italiano alla Tunisia, é stato sottoscritto oggi dall'ambasciatore d'Italia a Tunisi, Pietro Benassi e dal segretario di stato agli affari esteri tunisino, Khemaies Jhinaoui. Questa linea di credito, per la quale il governo italiano ha accordato una forte componente a dono, é l'ottava delle linee dedicate alle piccole e medie imprese in Tunisia dalla Cooperazione italiana. Queste linee, rileva un comunicato dell'ambasciata italiana, grazie ad un ammontare fin qui erogato di 200 milioni di euro, hanno favorito la creazione di migliaia di posti di lavoro, cosi' come l' adeguamento tecnologico con macchinari di origine italiana di circa cinquecento imprese. L'odierna linea di credito, rispetto alla precedente di 36,5 milioni di euro, presenta condizioni migliori per l'operatore industriale per cio' che riguarda i tassi di interesse, che saranno diminuiti in modo considerevole. E "per la prima volta - sottolinea la nota dell'ambasciata - per le linee di credito della Cooperazione italiana, una parte del finanziamento in valuta locale potrà essere utilizzata - verificate determinate condizioni congiunturali dell' impresa tunisina richiedente - per finanziare il fondo rotativo ed il riscadenziamento del debito". (ANSAmed).

Lesbiche e gay in Tunisia

In quasi tutti i paesi musulmani non solo l’omosessualità è considerata un peccato, ma viene persino punita dalla legge. In Iran, Arabia Saudita, Mauritania, Sudan e Yemen viene applicata la pena di morte, secondo l’interpretazione più tradizionalista e conservatrice di alcuni versetti del Corano e di hadith del Profeta. Solo in Libano è in corso un processo per depenalizzare il reato. In Tunisia per l’atto di sodomia fra adulti consenzienti (non solo dello stesso sesso, quindi) è prevista una multa ed una condanna detentiva fino a tre anni, anche se si tratta probabilmente, dopo il Libano, del paese musulmano dove finora vi è stata più indulgenza verso gay e lesbiche, pur tra mille contraddizioni. Non esiste di fatto alcuna legge che punisca il lesbismo. Il 22 dicembre 1993 la Corte d’appello di Tunisi ha rigettato la richiesta di un transessuale di cambiare il proprio stato da "uomo" a "donna". La sentenza dichiarava che il suo cambiamento di sesso era un’operazione volontaria e artificiale che non poteva giustificare un cambiamento del suo stato. Inoltre, tra il 1996 e il 1997, a un gay tunisino è stato riconosciuto il diritto all’asilo per ragioni umanitarie negli Stati Uniti. Nel 2002 la Tunisia ha votato contro la concessione dello status consultativo presso il Consiglio Economico e Sociale dell’ONU all’ILGA (International Lesbian and Gay Association). Al centro dell’interpretazione dell’omosessualità come peccato vi è la vicenda di Sodoma e Gomorra che ne dimostrerebbe la condanna da parte della divinità, condanna che vale per tutte e tre le religioni del Libro. La trasformazione del peccato in reato, per i paesi musulmani, è naturalmente legata all'ispirazione che la giurisprudenza (fiqh) ha tratto dalla sha’ria. Ma così come nella teologia cristiana vi sono moderne correnti di rilettura del passaggio biblico in questione, così dal mondo islamico, anche se con ritardo e ancora con poco approfondimento, si levano voci di dissenso che interpretano diversamente il motivo per cui Dio punisce con “una pioggia di pietre d’argilla ardenti” (Sura XI, Hud, 82) gli abitanti delle sunnominate città. L’interpretazione anticonformista più conosciuta (Olfa Yussef e Amina Wadid) è quella che identifica la colpa dei sodomiti nella volontà di violentare i tre angeli inviati da Dio e ospitati da Lot: quindi, il problema non sarebbe il sesso dei partecipanti al rapporto voluto dai sodomiti, ma la violenza del rapporto stesso. Nella Sura VII, ai versetti 80-81 si legge: "Vorreste commettere un abominio tale che nessuna creatura ha mai commesso prima di voi? Ecco, vi accostate con lussuria agli uomini invece che alle donne. No, siete un popolo di trasgressori". Un ulteriore accredito alle interpretazioni succitate, sarebbe proprio questo versetto del Corano dove si cita “un abominio mai commesso prima”, ragionevolmente si può pensare che non si stia parlando di rapporti omosessuali che evidentemente erano già presenti nei costumi di quelle popolazioni, ma di stupro. La punizione di Sodoma, in altre parole, sarebbe di monito contro lo stupro e non contro l'omosessualità. Inoltre, Dio punisce anche la moglie di Lot perché non ha obbedito al comando di non girarsi indietro (secondo il Corano, uccidendola sotto la stessa pioggia di pietre d’argilla roventi). Da ciò si può dedurre che il peccato supremo sarebbe la disobbedienza a Dio ed è questa che verrebbe dunque sanzionata. Questa lettura può donare consolazione a tutti gli omosessuali credenti. Ma non li libera dal senso di soffocamento e di oppressione che condividono con gli altri omosessuali non credenti nelle società musulmane. Eppure, nelle cultura araba in generale non è stato sempre così se si va a ritroso nel tempo: Abu Nawas (757 circa-815), considerato come uno dei maggiori poeti di lingua araba, celebrava amori omosessuali in maniera provocatoria e dichiarava: “L’uomo è un continente. La donna, il mare. Io preferisco la terra ferma". Lo scrittore Al-Jahiz (IX sec. dopo Cristo), in "Kitah al-Ghilman" (epistola dei ragazzi) scrive invece, una sorta di apologia delle relazioni amorose tra maschi. In Egitto sono stati ritrovati bassorilievi di origine medioevale dove vengono riprodotti in maniera esplicita rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso. Ciò non può che confermarci come questo velo di proibizionismo da cui è circondata la vita di gay e lesbiche sia una pratica recente. E in particolare, come è la vita delle lesbiche e dei gay in Tunisia oggi? Cosa ha loro portato la rivoluzione e il processo democratico in corso nel paese? Il partito islamico di Ennahda ha conquistato oltre il 40% dei seggi alla Costituente. Ciò sicuramente ha messo in agitazione la parte laica e progressista del paese che teme, a torto o a ragione, una scrittura della nuova costituz
ione ispirata alla sha’ria o comunque a principi conservatori o regressivi. Del resto, dopo le dichiarazioni iniziali di totale rispetto dei principi di democrazia e libertà, Hamadi Jebali, segretario politico del partito islamico e probabile futuro Primo Ministro, in questi giorni ha compiuto un clamoroso passo falso che per la sinistra tunisina non fa altro che confermare il famoso “doppio linguaggio” caratteristico di Ennahdha: durante un meeting a Sousse ha dichiarato che la Tunisia si avvia verso il 6°califfato. In seguito, ha corretto il tiro, affermando che la frase era stata utilizzata fuori contesto. Ora, fra chi teme maggiormente un cambiamento in senso involutivo della propria condizione che già negli ultimi anni è andata sensibilmente peggiorando, c’è proprio la comunità omosessuale. Ho avuto la fortuna e il piacere di approfondire l’argomento con alcune lesbiche di Tunisi che vivono con apprensione questa fase politica. Dopo la grande speranza suscitata dalle giornate del gennaio 2011, le giornate della rivoluzione della libertà e della dignità, dopo la grande emozione del primo voto democratico nella storia del paese, ora vedono affievolirsi le possibilità di vivere apertamente e con dignità la loro differenza. Negli anni ’60 e ’70, una certa egemonia culturale delle élites intellettuali tunisine aveva creato un clima, se non di completa accettazione, sicuramente di convivenza pacifica fra etero e gay. Nelle famiglie tunisine in quegli anni il maschio gay era coccolato e viziato (come il "femminiello" a Napoli), viveva nell’ambiente delle donne e la sua scelta sessuale non veniva considerata come un fatto particolarmente trasgressivo. Nelle grandi famiglie della medina araba (chiamate “tunisois”) l’adulto omosessuale era identificabile per il suo abbigliamento: abito europeo o djebba, bianchi, baffi molto curati e rivolti all'in sù. Nelle famiglie più modeste il giovane gay si dedicava alle faccende domestiche, senza che ciò provocasse disprezzo negli altri uomini. Il caffè di Paris sull’Avenue Bourghiba era fra i luoghi più frequentati dagli omosessuali maschi. Quasi del tutto nascosta o poco visibile, la quotidianità delle lesbiche tunisine. Solo alcune fra loro, le cosiddette garçons manquées, facevano comunella con i maschi del quartiere, condividendone giochi e sbruffonate. Negli anni ’80 il Movimento della Tendenza Islamica (che in seguito darà origine al partito Ennahdha) cominciò ad esercitare la propria influenza negli ambienti universitari. Si fece strada fra i giovani un ritorno alla religione in senso identitario in contrapposizione all’Occidente che esportava costumi “dissoluti” e “depravati”. Ma sarebbe stato dunque lo chock di fronte alla modernità occidentale a provocare un ripiegamento su di sé dei tunisini? Io credo che non sia stato l’unico fattore che ha determinato una modificazione nelle abitudini dei gay in questo paese. A ciò ha contribuito anche la dittatura di Ben Ali che non è stata solo repressione e corruzione, ma anche introduzione nell’attitudine della gente, di durezza e mancanza di comprensione verso tutto quello che rappresentava anticonformismo e trasgressione. Si è materializzata nelle persone una incapacità di visione “altra”, differente dall’opinione dominante; ciò ha condotto all’instaurazione dell’ipocrisia come stile di vita, naturalmente anche per quanto concerneva l’omosessualità. Adesso lesbiche e gay tendono di più a nascondersi, adottando una doppia vita. Una tecnica di sopravvivenza molto utilizzata, ad esempio, è quella di sposarsi con una persona dell’altro sesso, una lesbica si sposa con un suo amico gay e in questo modo si salvano le apparenze di fronte alla famiglia e alla società continuando a vivere la propria sessualità. Non è tanto la pratica dell’omosessualità a scandalizzare in Tunisia, ma piuttosto il fatto di divulgarne il segreto. Quindi, in virtù del proverbio arabo “nascondi l’errore, e sei già perdonato”, gay e lesbiche possono sempre vivere i propri amori, ma in clandestinità, lontano dagli occhi indiscreti della gente, correndo il rischio di macchiarsi di aib (infamia) e di macchiare di ar (disonore) la famiglia. Negli ambienti rurali spesso la scoperta da parte dei parenti dell’omosessualità di un proprio congiunto spinge quest’ultimo a commettere suicidio. Nascondersi non è una scelta, ma un obbligo. “Il clima sociale magrebino è caratterizzato da una forte devozione e dal dominio della collettività sull’individuo, il che non aiuta a ostentare la propria omosessualità” scrive Ahmed Rouadjia, storico algerino dell’università di Msila. Il lesbismo poi sembrerebbe ancora meno accetto dell’omosessualità maschile; nei loro rarissimi blog si può leggere la doppia sofferenza di donne che vivono sia la sottomissione al maschio che quella del loro amore da nascondere. Sanno e ribadiscono che la rivoluzione non le ha affatto toccate, che la loro vita non cambierà soprattutto dopo l’avvento di Ennahdha. E’ dunque con paura e rassegnazione che stanno vivendo quello che per la maggior parte degli altri tunisini è un momento storico decisivo per le loro libertà. A riprova di quanto sia diffusa la paura, voglio riportare la testimonianza di A., una donna forte, coraggiosa e colta che con la sua compagna ha passato momenti terribili subito dopo il ritorno di Rachid Gannouchi (leader di Ennahdha) dall’esilio di Londra: "Il 30 gennaio 2011 eravamo andate, io e la mia compagna insieme ad altri amici, all'aeroporto di Cartagine certamente non per accogliere Rached Gannouchi, bensì per dirgli che per noi la Tunisia doveva rimanere uno stato laico, dove il diritto alla differenza è un principio; che dunque non accettavamo uno stato islamico come lui e il suo partito avrebbero voluto instaurare. Pensavamo che tali affermazioni in un contesto civile e democratico fossero un nostro diritto sacrosanto. E invece siamo stati aggrediti e ci hanno strappato i volantini che stavamo distribuendo dove c'erano scritti slogan per la Democrazia, la laicità e la tolleranza che esprimevano i principi di uno stato moderno. I seguaci di Gannouchi hanno schiaffeggiato anche due o tre dei nostri. Durante la discussione che abbiamo avuto con loro c'erano alcuni che ci riprendevano con i cellulari. Personalmente ho parlato con una personalità di Ennahdha e gli ho detto che eravamo lì per esprimere il nostro appoggio alla democrazia e alle libertà individuali. Dopo una settimana, uno degli amici che era presente con noi all'aeroporto, anche lui omosessuale, è stato seguito fin sotto casa dove è stato minacciato da sconosciuti che gli hanno detto di postare un video online per fare le scuse a Ennahdha per i fatti dell’aeroporto e ancora più minacciosamente, gli hanno detto: “Sappiamo benissimo che sei gay!”. Per la paura, Il nostro amico non è più ritornato nel suo appartamento. Ma il 12 febbraio io e altre quattro ragazze abbiamo deciso di accompagnarlo di nuovo a casa sua, un gesto di solidarietà, certo, ma anche una sottovalutazione da parte nostra delle minacce che erano state fatte. Alle ore 20:00, dopo un’ora che si chiacchierava serenamente e si sorseggiava della birra, dall’esterno del portone di casa degli uomini ci ordinano con aggressività di aprire la porta. Naturalmente abbiamo rifiutato, allora loro hanno cominciato a picchiare sul portone con più violenza e subito dopo hanno aperto una grande fessura dalla quale si potevano intravedere delle spade. Urlavano anche “Dio è grande". A quel punto, abbiamo collocato dei mobili contro il portone e chiamato la polizia al telefono, ma non arrivava nessuno. Le mie amiche avrebbero voluto fuggire per andare a chiedere aiuto, calandosi dal balcone sul retro della casa, ma io non volevo perché avevo paura per loro, dato che eravamo al terzo piano e poi non sopportavo l’idea che la mia compagna si esponesse al pericolo mentre io restavo lì senza far niente. Ma la paura era troppa e quindi ho deciso di calarmi io stessa con delle lenzuola arrotolate, visto che ero la maggiore per età e la più robusta di costituzione. Perciò ho attaccato le lenzuola ad un ferro nel muro e ho fatto i primi passi fuori dal balcone, ma ho perso la presa e sono caduta e svenuta. I miei amici hanno chiamato un’autoambulanza che è arrivata immediatamente e mi ha condotto all’ospedale. Gli infermieri stessi hanno chiamato la polizia che finalmente è arrivata con alcuni soldati per far uscire i miei amici dall’appartamento. Io sono stata operata per ricomporre una frattura al bacino e una frattura al ginocchio della gamba destra, ho subito anche una lesione all’occhio destro. A tutt’oggi (novembre) cammino con le stampelle: so già che nonostante una seconda operazione non recupererò mai più l’uso della gamba destra, rimarrò zoppa per il resto della mia vita, io che amavo lo sport e la vita all’aria aperta. L’unica consolazione è che i poliziotti hanno arrestato 16 persone in 24 ore che saranno giudicati da una corte militare perché i fatti si sono svolti mentre era in vigore il coprifuoco. Nel frattempo, nulla è cambiato ed io e M. viviamo clandestinamente il nostro amore ormai da 5 anni, una situazione aggravata anche dalla nostra attuale disoccupazione che ci impedisce di essere completamente indipendenti dalla famiglia. Per sfuggire da questa trappola potrei trovarmi un amico gay, sposarlo e continuare a frequentare la mia amica in pace, ma può essere pericoloso perché è capitato che qualcuna non ha fatto patti chiari con il “marito” e questi l’ha maltrattata, ma il peggio che può succedere è un divorzio. Qui in Tunisia mi manca l’aria, tutti noi omosessuali pensiamo che la soluzione migliore sia quella di emigrare all’estero, di abbandonare questo paese che amiamo tantissimo e per la libertà del quale abbiamo condiviso con gli altri compatrioti le giornate di gennaio 2011”. Vorrei poter contraddire la mia amica, ma anche io non vedo ancora un futuro di liberazione per questa minoranza che sicuramente rimane la più discriminata e oppressa della Tunisia. Ci dovranno essere atti di coraggio da parte delle lesbiche e dei gay tunisini e sostegno internazionale da parte delle associazioni LGBT e di tutti gli autentici democratici. Una storia tutta da scrivere. Agoravox.it

domenica 20 novembre 2011


Secrétaire Général  du parti : Docteur Mourad MERIKECH
E-mail : pvptunisie@yahoo.com; mmerikech@yahoo.com
Face book : parti des valeurs et de prospérité p.v.pr
Tel/Fax : 70  661 912

Il Dott. Mourad Merikech si è laureato in Farmacia e ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Farmaceutiche presso l' Università di Palermo. Dal 2001 è dirigente dell' Associazione Sportiva Aurora e ricopre l'incarico di Segretario Generale. Attualmente è titolare di una  farmacia  a Mannouba e svolge attività di sostegno sociale presso il quartiere di Douar Hicher  nel governatorato di Mannouba (100.000 abitanti). La sua collaborazione con la comunità italiana residente in Tunisia si svolge nelle relazioni culturali, lavorative e d'integrazione dei giovani nel mondo del lavoro. 
  




Statut fondamental
du Parti des Valeurs et de Prospérité
P.V.Pr
Partie 1 : formation
Chapitre 1 : Définition et constitution
C’est un parti politique tunisien, centriste, appartient a l’idiologie de troisième voie ouvert sur toutes les tendances politiques et interagissant avec les valeurs humaines répandues entre les différents peuples. Ce parti a une identité maghrébine, arabo-musulmane, ouverte sur la dimension afro-méditerranéenne. Il est formé par des adhérents qui s’accordent sur ce décret fondamental.
Il s’appelle : « Parti des Valeurs et de prospérité» et il est soumis au décret n°32  daté du 3 mars 1988, propre à l’organisation des partis politiques.
Chapitre 2 : Objectifs
Voulant participer à la gestion des affaires publiques, à l’organisation des citoyens, à la diffusion de l’éducation politique, à la formation d’élites qui soient à la hauteur des responsabilités publiques, PVP promet de se mobiliser en tant que parti politique dans l’intérêt général respectant les lois tunisiennes et internationales au sein d’un régime démocratique. Les objectifs du parti sont les suivants :
1)   Consécration des valeurs telles que la tolérance, la citoyenneté, le sens de responsabilité, la solidarité, la concorde et la réconciliation. De plus, renforcement des valeurs de la modération et du juste-milieu, de la paix, de la justice et de l’égalité entre tous les membres de la société et consolidation des valeurs d’appartenance, de l’union, du travail, du savoir et de l’intérêt général.
2)  Conservation de l’identité arabo-musulmane de la Tunisie et ouverture sur les cultures du monde et sur les expériences sociales et économiques des pays étrangers.
3)  Dans le domaine économique :
• Instaurer ’une nouvelle économie basée à la fois sur le capitalisme et le socialisme suivant la direction de la troisième voie selon ce que la réalité implique pour l’amélioration de l’agriculture, de la marine, de l’industrie, du tourisme non pas saisonnier mais actif tout au long de l’année. Modernisation de l’économie d’une manière ininterrompue en vue de subvenir aux besoins du peuple et  lui garantir une vie digne. Répartition juste et équitable des richesses  entre les différents membres de la société.
• Encourager l’industrie et hausser le symbole du produit tunisien Consolidation de la coopération avec l’Union Européenne de façon à garantir à la Tunisie le rang du premier associé actif.
• Fixer le SMIG de façon à garantir une vie digne à chaque citoyen tunisien basée sur un pouvoir d’achat proportionnel aux salaires. Fixer également le montant du salaire le plus élevé selon les repères internationaux et assoir le principe de l’égalité des chances.
• Veiller à la création d’un marché commun arabe de manière à consolider la coopération entre  les pays arabo-africains.
• Veiller à augmenter la moyenne du développement économique dans le pays en fonction de la moyenne du développement démographique d’une manière suffisante se basant sur des programmes de développement réels impliquant  tous les membres et toutes les classes sociales.
• Répandre l’idée de l’entraide et de la coopération au niveau de tous les secteurs de la production.
• Choisir une approche associative dans tous les domaines de la réforme dans tous les domaines et multiplication des études stratégiques sans ignorer les besoins actuels et futurs.
• Veiller à trouver des moyens permettant l’interdiction le gaspillage d’argent de façon à améliorer l’administration des ressources et le redoublement d’efforts  au niveau des travailleurs. Ainsi production et développement iront de pair en même temps que des conjonctures économiques capables de rapatriement du capital national et d’encouragements d’investissements dans des projets nationaux.
• Adopter une politique d’impôts basée sur la réalisation de la justice entre les citoyens en fonction de leurs épargnes  et modernisation de la législation et encadrement des cadres capables d’appliquer équitablement ce choix politique.
• Encourager les investisseurs étrangers au sein de notre pays de façon à leur garantir des conjonctures de stabilité et de continuité.
• Encourager également les industries nationales et arabes vu qu’elles sont l’un des piliers de la construction économique et une base dont on ne pourrait pas se passer afin de garantir l’indépendance politique et la liberté des prises de décision dans un monde sa basant sur l’industrie et l’industrialisation.
• Veiller à valoriser les compétences nationales en matière d’industrie et à augmenter le taux d’exportation en vue de créer un équilibre au niveau du revenu  national et à créer aussi de nouveaux postes d’emploi. Veiller par ailleurs à la réalisation d’un système de santé général couvrant tout le peuple.


4)  Dans le domaine social
• Croire au noyau familial en tant que noyau social basé sur les soins prodigués à l’enfant : éducation, santé, enseignement, et basé également sur la protection qu’assure la famille à l’enfant  afin que celle-ci puisse jouer son rôle au sein de la société.
Assurer une couverture médicale générale pour chaque citoyen.
• Protéger les acquis des agriculteurs d’une manière effective.
Assurer une indemnité à chaque chômeur selon les possibilités dont dispose l’Etat.
• Réaliser la justice et l’égalité entre tous les citoyens quelles que soient leurs différences : sexe ou couleur ou croyances.
• Prendre soin des jeunes et lui donner forcément le rôle qui corresponde à son importance sociale. Former des instances capables de prendre en charge cette catégorie sociale afin de la diriger vers la participation effective quand aux choix politiques à faire et aux décisions nationales à prendre.
• Organiser les institutions sociales caritatives au sein d’une politique nationale et renforcer le rôle des instances caritatives
Encourager la vie des associations et réhabiliter le sport à toutes les échelles sociales notamment au niveau scolaire et universitaire.
• Consacrer une politique sociale garantissant une vie digne des couches populaires aux revenus limités et prendre soin des catégories aux besoins particuliers (les handicapés, les indigents, les vieux…) tout en protégeant la couche sociale moyenne qui représente la classe active dans la société.
• Réhabiliter les milieux  rural et urbain sans oublier les régions périphériques des villes en leur permettant les services fondamentaux et des investissements publics et privés d’une manière continue, équilibrée et juste.
5)  Dans le domaine juridique concernant la justice
• Réaliser un système juridique indépendant au niveau de l’organisation et du financement.
• Combattre la corruption où qu’elle soit.
• Renforcer le principe   de l’Etat de droits et celui du pouvoir du système juridique.
• Faire évoluer les outils de contrôle à propos des finances générale ;  consacrer la transparence des transactions financières et commerciales et combattre toutes sortes de corruption(les pots de vin, le recours aux pistons etc.…)
6)  Dans le domaine culturel :
• Considérer la culture comme somme de connaissances,  capacité   d’interactions et enjeux de cette époque. Il faudra parier sur le travail culturel surtout après les grands bouleversements qui se sont produits dans le monde.
• S’orienter vers l’étude des visions du monde dominant afin de trouver les modalités culturelles qui puissent confronter ces visions à travers une culture futuriste qui ne rompe pas avec  le patrimoine culturel efficace.
• Propulser le travail culturel, garantir des conditions de créativité, dépasser les cadres traditionnels, activer le rôle des institutions culturelles enfin de renforcer l’unité du corps culturel national forcément complémentaire au mouvement culturel arabe.
• Il est indispensable de suivre financièrement toutes les causes arabes actuelles de manière à recourir à la raison en guise de réponse aux horizons, la raison qui questionne, construit, crée rénove des concepts riches et modernes.
• Propager l’héritage culturel tunisien, encourager le théâtre des amateurs et celui des professionnels en leur offrant des récompenses matérielles et morales pour assurer la créativité dans tous les domaines culturels.
7)  Dans le domaine de la politique étrangère :
• Consolider toutes les opportunités d’entraide avec les états arabes en veillant sur les relations bilatérales et activer le rôle de la ligue des pays arabes  et des ses institutions spécialisées ; activer également les accords du commerce libre arabe afin de réaliser la complémentarité économique dans un monde où ne peuvent survivre que les grands blocs économiques.
• Respecter tous les accords internationaux signés par le pays.
Renforcer la position de la Tunisie aussi bien au niveau arabe qu’aux niveaux européen, africain et international.
• Veiller à enraciner la personnalité nationale tunisienne dans son milieu arabo-maghrébin et africo-méditerranéen   sans ignorer la dimension humaine ni l’entraide avec tous les pays frères et amis.
8)  Dans le domaine de l’enseignement :
• Faire évoluer un enseignement bâti sur les bases de la raison, le dialogue à tous les niveaux de l’enseignement.
• Encourager la recherche scientifique.
• Répandre le savoir, la technologie afin de mettre fin à l’analphabétisme culturel.
• Faire évoluer le système éducatif sans interruption et en moderniser les méthodologies et en traiter les lacunes  afin qu’il réponde au progrès scientifique et technologique et aux besoins du développement humain et économique. Garantir également la qualité de l’enseignement  pour tous ainsi que le principe du mérite scientifique afin que la Tunisie puisse s’intégrer à l’économie internationale avec succès.
9)  Dans le domaine politique :
• Appliquer la démocratie au sens vrai du mot de façon à admettre le droit à  différents points de vue avec conviction et compréhension.
Appliquer des élections dans divers domaines sociopolitiques allant de la base de la pyramide  qu’est le peuple jusqu’au sommet qu’est le pouvoir.
• Contrôler juridiquement les élections dans tout le pays.
• Appliquer enfin le principe de la citoyenneté à tout un chacun du peuple tunisien.
10)          Dans le domaine des droits et des libertés publiques :
• Activer les droits de l’homme et protéger les droits individuels de chaque citoyen ainsi que les libertés.
• Protéger la dignité du citoyen tunisien ainsi que sa liberté afin de lui permettre de développer ses dons et ses capacités au profit de son pays.
• Se baser sur les principes de la démocratie afin de garantir la pluralité politique et culturelle ainsi que les droits de l’homme sans oublier les libertés individuelles et publiques ni les principes de citoyenneté. Reconnaitre le droit à l’alternance au pouvoir dans une atmosphère de paix sociale. Distinguer les différentes autorités dans le cadre d’une construction démocratique basée sur un système républicain capable de protéger la souveraineté du peuple ainsi que les bases de l’indépendance nationale.
• Consolider la valeur du travail en tant que moyen de progrès et de renaissance pour l’individu ainsi que pour la famille et la société. Garantir les paramètres du droit au travail et faire évoluer sans discontinuer les conditions et les garanties de l’application du droit au travail.
 11) Dans le domaine de la santé :
• Assurer la couverture des forces humaines dans tous les champs de la santé.
• Consolider la médecine préventive ainsi que la protection médicale fondamentale et générale.
Unifier les institutions médicales dans une seule institution afin de faciliter les services médicaux rendus aux citoyens avec le moins de frais possibles.
• Créer des centres de recherche spécialisés dans la progression des systèmes et styles médicaux d’une façon continue.
• Propager une culture médicale au niveau individuel et collectif.
• Etablir des relations d’entraide entre institutions autres que médicales  avec les institutions médicales afin de rentabiliser la protection sanitaire.
• Garantir les ressources matérielles y compris les équipements et l’infrastructure  qu’il faut en vue d’augmenter la compétence au niveau du champ de protection sanitaire.
• Impliquer le peuple quand à la planification et réforme de la politique sanitaire.
12) Dans le domaine agricole :
• Revoir la politique  agricole  actuelle et adopter une politique de développement général pour ce secteur notamment au niveau s travaillant dans ce secteur.  Garantir des prêts agricoles faciles et appliquer le principe de l’assurance agricole.
• Veiller à ce que le secteur agricole complète le secteur industriel.
• Revoir la politique hydraulique et la relier à la politique agricole en vue de s’assurer de quantités suffisantes d’eau d’irrigation et augmenter par conséquent les récoltes indispensables.
• Faire évoluer les ressources d’eau terrestres et sous-terrestres y compris la construction de barrages  et le traitement des eaux usées.
• Encourager les investissements dans le domaine de l’épargne de la production agricole et revoir les capacités du marché international.
13)            Dans le domaine de l’information :
• Veiller à utiliser une information nationale active et contemporaine,  basée sur les valeurs nationales qui valorisent la patrie, son histoire, ses positions, ses acquis, une information qui déclare avec franchise son appartenance nationale et spirituelle ainsi que son rôle évident dans le cadre international et humain.
• Mettre les moyens d’information à la portée des citoyens pour qu’ils puissent s’exprimer sans parti pris à la lumière des lois stipulées.
• Veiller à la neutralité de l’information officielle  qui ne doit défendre aucun parti politique même s’il s’agit du parti au pouvoir.
• Respecter la liberté de la presse et de l’information et supprimer les lois qui l’enfreignent.. Consacrer l’information libre, plurielle et démocratique en appliquant le pacte et les principes du journalisme au service de la patrie.

venerdì 4 novembre 2011

Tunisia: proteste all'università contro integralisti islamici

TUNISI, 4 NOV – Si moltiplicano in Tunisia le proteste organizzate da studenti e docenti delle universita' contro le continue manifestazioni da parte di gruppi integralisti islamici, che stanno cercando di imporre, negli atenei, le loro idee radicali.
Una manifestazione e' stata organizzata dal corpo docente e dagli studenti dell'Universita' Tunis El Manar, per rivendicare il rispetto delle liberta' personali.
Gli integralisti islamici stanno cercando di modificare i comportamenti degli studenti e dei docenti nelle universita', pretendendo una stretta aderenza alla loro morale e quindi contestando, come accaduto a Gabes, l'esistenza di una sala comune nella mensa universitaria e pretendendone due separate, a tutela della ''morale''.





http://www.blitzquotidiano.it 

Nubifragio in Tunisia: sott’acqua migliaia di ettari di terre coltivate

TUNISI, 4 NOV – Sta assumendo contorni devastanti per l'economia tunisina l'ondata di maltempo che si e' abbattuta su molte regioni del Paese, provocando lo straripamento di diversi fiumi e alcune inondazioni.
Secondo i dati raccolti dalle autorita' regionali, sarebbero migliaia gli ettari di terreni agricoli che sono ancora coperti d'acqua. Duemila sono nella zona di Bab El Medjez (cittadina che e' stata in parte evacuata) e 500 ettari a Testour. Non e' stata ancora fatta una stima esatta dei danni, come hanno riferito alcuni esperti intervistati dalla Tap, in attesa che si ritirino le acque.
Cosa che, a seconda della natura del terreno, potrebbe avvenire anche tra molti giorni, periodo nel quale soprattutto gli alberi da frutto potrebbero subire una sorta di asfissia che ne provocherebbe la morte.



http://www.blitzquotidiano.it


mercoledì 2 novembre 2011

Tunisia, sciopero e picchetti all’Eni. Tunisini : “Sta devastando il nostro territorio”

La protesta di cittadini e operai va avanti ad oltranza. "Prima della rivoluzione sapevamo che l’azienda contribuiva a realizzare infrastrutture locali, ma dopo abbiamo scoperto che i soldi finivano in mano ai funzionari del regime". Secondo gli scioperanti, ora il Cane a sei zampe deve assumersi le proprie responsabilità di Doranti e Del BubbE’ cominciata coi cittadini del paese davanti ai cancelli, prosegue con le braccia incrociate degli operai. E’ la protesta che in questi giorni sta paralizzando lo stabilimento petrolifero Eni di Tazarka, 60 km a sud-est di Tunisi. Ridha Ben Salha, portavoce dei circa 200 cittadini che presidiano i cancelli dell’impianto dal 21 ottobre scorso, racconta: “Eni sta danneggiando il nostro territorio. Prima della Rivoluzione, a Tazarka, tutti sapevano che l’azienda contribuiva a realizzare le infrastrutture locali finanziando la municipalità. Era quello che il Comune affermava, ma dopo il cambio di amministrazione abbiamo scoperto che i soldi arrivati sono finiti nelle tasche dei funzionari. E siamo venuti davanti ai cancelli a fare le nostre richieste all’Eni”. Posti di lavoro per le persone del posto, sovvenzioni alle famiglie con redditi bassi, finanziamento delle associazioni che operano nel sociale.

Eni, al momento non rilascia dichiarazioni. I media tunisini, che hanno dato la notizia solo dopo la prima settimana di proteste, inizialmente hanno parlato di sequestro di persona (28 lavoratori rinchiusi per giorni nello stabilimento, tra cui l’italiano Girolamo Croce) ad opera di un gruppo organizzato. “No – ribatte Ridha – non c’è stato niente di tutto questo. Per un paio di giorni abbiamo detto a chi usciva dallo stabilimento che non sarebbe rientrato. Non potevamo far altro per costringere Eni a venire a trattative”. Blocchi realizzati con pietre e bidoni ostruiscono le strade che congiungono al cantiere, impedendo ai camion di entrare e svuotare le cisterne. “Eni ha continuato a riempirle, credendo che saremmo rimasti pochi giorni. Ma noi non abbiamo intenzione di cedere”.

Video del reportage fatto dal "il fatto quotidiano" :
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=d-VPISGkUcY

Le cisterne sono ora al collasso e l’impianto sembra fermo. Ma al fronte delle proteste si sono aggiunti nuovi protagonisti. Il 31 ottobre, infatti, dopo la rottura delle trattative con l’azienda, anche gli operai sono entrati in sciopero per rivendicare miglior condizioni contrattuali. Basta precarietà e contratti a tempo determinato rinnovabili di anno in anno. “E’ stato dimostrato – si legge in una lettera recapitata alla stampa da uno degli operai – che le posizioni del personale impiegato sono permanenti e il loro compito è primario nella produzione di petrolio e gas. I dipendenti ricevono istruzioni direttamente da ENI, e non hanno alcun legame con Adecco e Manpower a parte la firma del contratto. Questo dovrebbe essere in contraddizione con l’articolo 280 del codice del lavoro tunisino”.

(Il Fatto Quotidiano)

I soldati americani lasciano l’Iraq




Il 21 ottobre scorso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato che entro la fine del 2011 tutti i soldati statunitensi saranno ritirati dall’Iraq, terminando dopo otto anni la presenza militare nel Paese, iniziata con l’invasione del 2003. Gli Stati Uniti intendevano mantenere in Iraq tra i 3.000 e i 5.000 militari anche oltre il 2011 ma non sono riusciti a trovare un accordo su questioni fondamentali, come l’immunità dalla legge irachena per i soldati statunitensi.
Il ritiro segue le modalità e i tempi stabiliti nel 2008, durante la presidenza Bush, dall’accordo tra gli Stati Uniti e il governo iracheno. Gli unici militari statunitensi che rimarranno in Iraq sono circa 150, un piccolo numero collegato principalmente all’ambasciata statunitense a Baghdad. Gli ultimi soldati con incarichi da combattimento avevano lasciato l’Iraq a metà agosto, ma ne rimanevano circa 39mila per addestrare le forze di sicurezza irachene, proteggere personale e strutture americane e organizzare operazioni antiterrorismo. Il ritorno in patria dei soldati è iniziato negli ultimi giorni: circa 1500 militari dell’Idaho, in Iraq da circa nove mesi, e altri 1200 provenienti da Oregon e Montana sono arrivati negli Stati Uniti a fine mese. Altri hanno fatto ritorno in Texas, altri ancora in Missouri, dove è circolato molto il video di un soldato che ritorna a casa tre settimane in anticipo e va a trovare a sorpresa il figlio a scuola. In queste foto i soldati della base di al-Asad, a ovest di Baghdad, caricano i loro bagagli  e si imbarcano sull’aereo che li riporterà a casa.



















(ilPost.it)

La Lega Araba si muove per la Siria

La Lega Araba annuncerà oggi, nel corso di una riunione dei 22 paesi che la compongono al Cairo, un piano per fermare le violenze in Siria. Il piano dovrebbe contenere la richiesta di ritirare i mezzi militari dalle strade e di tenere elezioni democratiche. Ieri sera la televisione di Stato ha annunciato che il governo siriano ha già acconsentito all’accordo, ma un diplomatico della Lega Araba, secondo Associated Press, ha detto che all’organizzazione internazionale non è ancora arrivata nessuna risposta. L’accordo includerebbe anche la richiesta di liberare tutti i prigionieri politici e di scrivere una nuova costituzione.
Intanto, in Siria, continua la durissima repressione del regime di Assad: soltanto nello scorso fine settimana sarebbero morte trenta persone. Come riporta Associated Press, soldati siriani hanno posato mine in alcuni settori del confine tra la Siria e il Libano (lungo complessivamente 360 km), nel sudovest del paese. Un funzionario siriano ha detto che i nuovi campi minati hanno l’obbiettivo di fermare l’ingresso di armi nel paese durante la rivolta, che sta diventando più violenta nelle ultime settimane a causa della diserzione di alcune unità dell’esercito siriano.
La decisione di posare nuove mine nella zona montuosa tra i due paesi rischia di avere conseguenze pesanti per i profughi siriani che sfuggono alla repressione (alcune migliaia dall’inizio della rivolta contro Assad) e per i molti siriani che hanno legami di lavoro o familiari con il Libano. Il Libano è stato in larga parte occupato dalla Siria tra il 1976 e il 2005, che continua a essere molto influente nella sua politica interna attraverso i legami con Hezbollah, il gruppo militante sciita sostenuto anche dall’Iran. Domenica, dice Associated Press, le mine hanno fatto la prima vittima: un uomo siriano ha avuto un piede amputato dopo aver camminato su una mina poco fuori dal villaggio libanese di confine di Irsal. Il confine settentrionale siriano con la Turchia, lungo quasi 900 chilometri, è minato in molti punti fin dagli anni Cinquanta.

(ilPost.it)

Rete bucata. Se Facebook e Twitter limitano la democrazia

Malgrado l'aggravarsi della crisi finanziaria, accompagnata da una crescente sfiducia verso governi nazionali, banche e persino istituzioni internazionali quali l'Unione Europea, il 2011 sarà ricordato come un anno di grande euforia per Internet. Difatti, se c'è qualcosa che può risollevare l'umore dei politici in affanno, pungolati da criticità economiche in apparenza insolubili e dalla perenne instabilità del Medio Oriente, è proprio la presenza di blog e social network, che promettono di innescare cambiamenti democratici e rovesciare tiranni. Per il secondo anno consecutivo, Internet - e questo vale per tutti coloro che lavorano principalmente con Internet (ovvero blogger o attivisti digitali) - è stato proposto per il Premio Nobel per la pace, ed è possibile che lo ottenga il prossimo anno. Sarà dunque Internet il più giovane candidato della storia a essere insignito del Nobel?
Ma non ci scaldiamo con troppo anticipo. Occorre innanzitutto chiedersi se non stiamo forse sopravvalutando il potenziale di Internet come propagatore di democrazia e sottovalutando invece le sue possibilità di impiego a scopo repressivo. Non potrebbe darsi che la nostra ingenua fiducia nei suoi poteri liberatori ci distolga dall'affrontare le vie molto più subdole e sinistre con le quali si attenta alla libertà, proprio per mezzo di Internet? È davvero una buona idea affidare il futuro della libertà e della democrazia - e la posta in gioco è altissima, dato che Internet rappresenta oggi la nuova piazza pubblica - nelle mani di Google e di Facebook, due multinazionali che mirano ad abolire l'anonimato di Internet (perché rende impossibile la vendita degli spazi pubblicitari) e a scovare un sistema per monetizzare ogni nostro clic - e, ben presto, ogni nostro pensiero?

Esistono ottime ragioni per restare scettici quando si sente sbandierare da più parti che Internet avrebbe un influsso positivo sui regimi autocratici, a dispetto delle grandi conquiste messe a segno finora dalla Primavera araba. Che cosa ci conferma in realtà questo fenomeno? Certo, la risposta più ovvia è che la Primavera araba dimostra che bastano pochi attivisti coraggiosi e tecnologicamente esperti, armati di smartphone e di strumentazione Gps, per sconfiggere il più sanguinario dei dittatori. Ma questa resta una interpretazione assai superficiale dei drammatici avvenimenti degli ultimi mesi. Perché la Primavera araba ha svelato anche fino a che punto si spinge la complicità delle aziende occidentali, che non si sono fatte scrupolo di vendere sofisticati sistemi tecnologici di sorveglianza e censura ai regimi più odiosi del pianeta; ha smascherato quanto sono abili i governi autoritari a oscurare del tutto Internet, grazie a un semplice interruttore «kill-switch»; ha messo il dito sulle clausole legali di siti come Facebook, tanto aberranti quanto inefficaci, che hanno imposto ai dissidenti egiziani e tunisini di registrarsi con i loro veri nomi, anziché pseudonimi, per poter accedere ai servizi, pena la cancellazione dal sistema.

Certo, si potrebbe controbattere che tutto ciò non importa, dato che gli attivisti hanno riportato la vittoria. Non credo però che sia una posizione ragionevole da assumere, soprattutto se ci sta a cuore il futuro della democrazia. Persino i più sognatori tra i cyber-utopisti sarebbero d'accordo nell'affermare che la cacciata dei dittatori da Egitto e Tunisia non sia avvenuta grazie a qualche particolare strumento digitale, quanto piuttosto sia stata la conseguenza di un insieme di concomitanze favorevoli, a livello politico, sociale e culturale. La tecnologia ha svolto sì un importante ruolo di mobilitazione, ma solo perché l'atmosfera era già propizia al cambiamento. Se la situazione politica sul campo fosse stata diversa, non è tanto difficile immaginare che i dittatori in Egitto e Tunisia sarebbero rimasti saldamente in sella - a dispetto di tutto l'attivismo di Facebook e Twitter - per continuare a spargere altro sangue di attivisti, come accadde in Iran nel 2009. Il fallimento della Rivoluzione verde in Iran non fu causato dallo scarso utilizzo di Twitter - tantissima gente era scesa nelle strade e nelle piazze anche senza il suo richiamo - ma dalle astute manovre del regime di Ahmadinejad.

Ma anche se si venisse a sapere che Facebook e Twitter hanno davvero svolto un ruolo importante nel coordinare le proteste, non dovrebbe essere motivo di vanto. Sono convinto che se si giudica sotto una luce favorevole l'apporto digitale alla Primavera araba per il solo merito di aver mobilitato le masse, si rischia di adottare una visione assai semplicistica sia della politica che della storia. Ben poche sono le rivoluzioni che cessano nel momento stesso della cacciata del tiranno. Solitamente si protraggono per anni, se non decenni, quando le fazioni opposte entrano in competizione nel vuoto politico lasciato dalla dittatura. Pertanto, se ci preme capire a fondo quale sia stato l'impatto effettivo, non basta osservare semplicemente quante persone questi social network sono riusciti a convogliare nelle marce di protesta, proprio perché tali raduni e cortei contraddistinguono l'inizio - e non la fine - di una rivoluzione.

La mia diffidenza riguardo queste due piattaforme come veicolo di cambiamento politico non è radicata in qualche scetticismo luddista per la loro capacità di mobilizzare le masse. Ovvio, tanto Facebook quanto Twitter possono essere strumenti eccellenti per annunciare manifestazioni, raccogliere fondi, o postare link di video per denunciare la brutalità della repressione. Ma non dimentichiamo che la nostra vita politica non si esaurisce con queste tre uniche attività.

Pertanto, l'attivismo digitale non deve essere valutato esclusivamente in base all'efficacia con cui raggiunge gli scopi che si era prefissato. Piuttosto, proprio poiché produce ripercussioni ambientali nella più vasta cultura politica che lo genera, occorre giudicarne l'utilità in base alle aspirazioni, esigenze e direzioni più ampie.Basterà un esempio banale a chiarire questo punto: se i treni sono il mezzo più efficace per spostare la gente da A a B, esistono circostanze - pensate al vostro angolino preferito in campagna! - dove il frastuono, l'affollamento e gli inconvenienti che immancabilmente accompagnano il viaggio in treno potrebbero apparire fastidiosi, mentre gli spostamenti a piedi, in macchina o persino a cavallo rappresenterebbero una migliore alternativa. Esaltare la velocità o i bassi costi del viaggio in treno in tali circostanze significa scartare a priori le esigenze del contesto locale. Il mondo della tecnopolitica non è poi così diverso. Se vogliamo valutare correttamente l'impatto degli attivisti egiziani di Facebook sul processo democratico del paese, non è ammesso limitarsi a esaltare l'apparente successo delle proteste anti Mubarak. Occorre capire se le nuove strutture decentralizzate che emergeranno prima o poi da questa politica virtuale saranno in grado di contenere o contrastare gli elementi estremisti o pro Mubarak anche dopo il rovesciamento del regime, quando la politica si sposta dalle strade alla cabina elettorale.

Non vedo nulla di male se i gruppi politici costituiti si rivolgono a Internet per diffondere il loro credo. Ciò che mi mette a disagio è la nascita di nuovissime strutture decentralizzate che sfruttano tutti i benefici di Internet per raccogliere e mobilitare sostenitori, mentre affermano che non vi è alcuna necessità di trasformarsi in organizzazioni centralizzate, strutturate e organizzate per scendere a misurarsi nell'arena politica. Il partito di Facebook, senza alcuna guida specifica, sarà altrettanto capace di governare dopo la cacciata dei dittatori? Ho i miei dubbi. Lo scetticismo a questo riguardo mi deriva innanzitutto da una concezione disincantata della vita politica e della sua implicita incompatibilità con il decentramento, ma non solo. Nutro i miei dubbi anche riguardo le previsioni di ordine temporale avanzate dai miei critici: io credo che la rivoluzione in Egitto e in Tunisia sia ancora in corso e non si sia esaurita con il rovesciamento dei dittatori. È rivelatore il fatto che Wael Ghonim - la faccia della rivoluzione Facebook in Egitto - abbia deciso di fondare una Ong per combattere la povertà tramite la tecnologia, anziché lanciare un partito politico capace di misurarsi con la vecchia guardia.

Allo stesso tempo, dobbiamo tenere gli occhi ben aperti sulle strade infinite che i dittatori stessi hanno a disposizione in questo nuovo mondo wireless superconnesso. Internet è un potente strumento di scambio di informazioni, ma il totale controllo delle informazioni - ottenute tramite sofisticati sistemi di spionaggio o con la semplice tortura - è ciò che consente ai regimi totalitari di restare al potere. La Russia e la Cina sono due ottimi esempi di governi che sono riusciti ad addomesticare Internet per servirsene a loro esclusivo vantaggio. Ci sono blogger al soldo del regime che passano la giornata a diffondere propaganda pro governativa sui blog più popolari; si verificano misteriosi cyber attacchi che vanno a complicare la vita agli editori indipendenti e ai dissidenti; vengono introdotte forme avanzate di sorveglianza e spionaggio online che ricorrono a tecniche raffinate per infiltrare la rete e identificare gli utenti di Internet e i loro contatti: in Russia e in Cina, tutto questo fa parte della vita quotidiana.

A differenza di Mubarak in Egitto e di Ben Ali in Tunisia, i governi di Mosca e di Pechino (e, con qualche riserva, si potrebbe aggiungere anche Teheran) hanno afferrato l'importanza strategica di Internet, e per impedire ai loro cittadini di abbracciare Facebook e Twitter - che sfuggono al controllo delle autorità locali - hanno fatto di tutto per promuovere i loro campioni nazionali, tipo Baidu, Yandex e Vkontakte, che si rivelano molto più facili da manipolare e da oscurare non appena si avvertono, anche sul loro suolo, le prime avvisaglie di una Primavera araba.

Quale atteggiamento assumere, dunque, nei confronti di Internet? Se la cyber utopia si è rivelata un'ideologia troppo ingenua e costosa da propugnare, dovremmo allora rassegnarci ad abbracciare la cyber distopia e considerare Internet uno strumento malefico, il peggiore di tutti gli oppressori? No, sarebbe l'atteggiamento sbagliato, ma sono fermamente convinto che porre la questione in termini di «Internet è propagatore di democrazia?» non ci condurrà da nessuna parte. Affermare che «Internet propaga la democrazia» non offre alcuna consolazione ai cittadini di stati autoritari, dove i governi, che stringono saldamente in pugno le leve del potere, ricorrono a Internet per propinare al loro popolo falsa propaganda, controllare ogni tweet e terrorizzare le Ong dissidenti con attacchi informatici. Tuttavia, affermare che «Internet propaga la dittatura» significa altresì privare di ogni speranza quegli stessi cittadini, se si considera che i regimi autoritari non durano in eterno, e che è possibile intercettare qualche raro momento di instabilità - talvolta con l'aiuto di Internet - per reclamare il cambiamento. Aderire esclusivamente a questo o a quel polo della dicotomia altro non fa che infondere in tutti noi - e specie nei politici - un falso senso di dominio intellettuale su Internet. Questa posizione imbriglia le nostre facoltà cognitive in un'ideologia che tende a semplificare arbitrariamente la visione del mondo e ci spinge a decidere tra scelte opposte non in base ai loro meriti intrinsechi, ma solo se corrispondono ai nostri preconcetti sul mondo, che potrà apparirci un nirvana cyber utopico oppure un inferno cyber distopico.

Nonostante tutto, sono convinto che sarebbe meglio affermare che Internet non propaga la democrazia, aggiungendo in una nota a piè di pagina che ciò non equivale a dire che promuove invece la dittatura. Restare agnostici sugli effetti politici della Rete - conservando la più totale trasparenza - rappresenta l'unica strada per capire Internet in termini che non siano del tutto avulsi da esseri umani, governi, ideologia, potere, contaminazioni e, soprattutto, politica. Internet non va da nessuna parte: è qui con noi e ci resterà. Adesso è il momento giusto per decidere se dovrà evolvere per favorire i dittatori - con l'aiuto delle aziende della Silicon Valley - o se non sia possibile invece arginare il suo potenziale repressivo per espandere quello liberatorio. Coltivare una certa ingenuità nei confronti della Rete, sotto forma di utopia e distopia, non ci porterà molto lontano, se siamo seriamente intenzionati a trasformarla in una preziosa alleata per tutti coloro che hanno a cuore il futuro della democrazia e della libertà. In altre parole, se è sicuramente dannoso sminuire l'importanza di Internet, promuoverla acriticamente potrebbe rivelarsi altrettanto controproducente.

(Corriere della Sera)

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