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mercoledì 31 agosto 2011

Il Ramadan diventa sempre più importante



(visto da tunisi e passando per le nostre citta italiane)


di Paolo Hutter










E' finito martedì 31, con la Festa dell'Aid. Ma la data non era del
tutto scontata, è stata confermata la sera di lunedì dopo che come
tradizione, il Gran Mufti ha visto dalla cima della Medina una fettina
di luna crescente. A quel punto son partiti avvisi sms, radio, Tv etc. E
nella giornata di martedì era davvero tutto chiuso - negozi e uffici - e
non si riusciva a trovare nessuno, neanche i più laici: tutti impegnati
in visite familiari.
Ramadan e Aìd: Un incredibile fenomeno dicostume e di consumi, che
cresce sempre di più, anche indipendentemente dalla osservanza religiosa.

Vederlo a Tunisi, dove mi trovo in questi giorni, è ovviamente diverso,
perché mai in una città europea sarà così dominante, ma serve a capire
megliola portata e i contenuti del Ramadan. Qui nella capitale del primo
paese arabo che abbattuto la dittatura in nome di principi democratici e
liberali universali, non c’è nessun obbligo legale di pratica religiosa
o di digiuno. Ma la spinta alla imitazione o solidarietà sociale verso
il digiuno è irresistibile. Anche se parecchi caffè e bar e alcuni
ristoranti sono aperti, è molto difficile che qualcuno ci vada,
soprattutto se sono all’aperto o con sale visibili dalla strada. Accanto
alla hall di un albergo c’è una caffetteria con una sala dove in
pocospazio si concentrano quelli che vogliono bere o mangiare o fumare,
e sembrano le stanzette per fumatori nei nostri aeroporti. Anche
parecchi ragazzi italiani che vivono in Tunisia, e che non sono
musulmani,finiscono per fare il digiuno. Per rispetto e partecipazione,
dicono. Qualcosa del genere sta già succedendo nelle nostre città
europee, nelle famiglie miste o nelle piccole imprese. Si deve tener
presente che quest’anno, col Ramadan che ha coinciso col mese di agosto,
il digiuno nell’area del Mediterraneo duravamediamente 16 ore al giorno
o poco meno. Nei prossimi anni durerà ancora di più, perché il suo
inizio slitta ogni anni di qualche settimana indietro, e in questo
periodo storico andrà progressivamente a coincidere col giorno più lungo
che è il 21 giugno.





Diciassette ore senza bere in una giornata estiva se arrivano ondate di
caldo saranno un problema da gestire, anche comunale. Il rovescio della
medaglia del Ramadan, quello che sta diventando la sua forza trainante,
è il consumismo familiare e commerciale serale e notturno, fino alla
rottura finale del digiuno. A Tunisi il cambiamento di ritmo è
impressionante. Un’ora e mezza prima del tramonto le strade si svuotano
per la preparazione della cena rigorosamente in famiglia o in casa, e
due ore dopo il tramonto una folla enorme si riversa nel centro a
mangiare dolci e gelati e bere bibite e soprattutto a invadere i negozi
delle marche di moda. Che il Corano e l’89 arabo convergano a
imbottigliare l’ingresso dei negozi Nike è tema che esula da questa
nota. Sta di fatto che come fosse un nostroNatale prolungato, la spinta
ai consumi nel Ramadan è sempre più forte. (Tanto che studi ufficiali
confermano che mediamente si ingrassa di cinque chili.) C’è comunque una
esigenza di socializzazione e di festa alla quale le amministrazioni
pubbliche dovrebbero andare incontro. Il sindaco di Parigi, socialista e
gay, ha sfidato le accuse del prefetto per organizzare o almeno
patrocinare iniziative di festa culturale chiamate Notte del Ramadan. E
una laica e interculturale notte bianca "di Ramadan" alla milanese o
alla torinese potrebbe essere un obiettivo interessante per le nuove
amministrazioni di centro sinistra italiane..

Ringrazio VIVERE IN TUNISIA per la collaborazione.





Dopo la Primavera araba crolla il turismo in Egitto e Tunisia

É uno degli effetti collaterali della «Primavera araba». Un problema per la tenuta economica dell'Africa del Nord ma anche un fenomeno che potrebbe avere implicazioni pesanti per l'Italia in termini di immigrazione clandestina, come ricordato al Meeting di Rimini dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Il flusso turistico verso l'Egitto e la Tunisia in questi mesi si è, infatti prima bloccato e poi ha ripreso lentamente a muoversi ma su numeri assolutamente diversi rispetto a quelli precedenti alle varie rivoluzioni. Un calo dalle comprensibili implicazioni economiche e sociali visto che il turismo è da molti anni una delle principali voci che sostengono i vari bilanci nazionali.
I dati sono impietosi. Nei primi quattro mesi del 2011, secondo stime dello United Nations World Tourism Organization (UNWTO), le disdette nelle prenotazioni per l'Egitto, rispetto allo stesso periodo di riferimento dell' anno precedente, hanno prodotto una contrazione degli arrivi di circa il 40%. In Tunisia, addirittura, prendendo lo stesso periodo di riferimento, le perdite vengono stimate in un 50% di arrivi in meno. Questa tendenza si è ripetuta nella stagione estiva. Da inizio anno a luglio la presenza di stranieri in vacanza in Egitto è diminuita del 28% rispetto ai dati sullo stesso periodo dello scorso anno. A influire negativamente l'instabilità politica scatenata a febbraio dalla rivoluzione che ha portato alla caduta del rais Hosni Mubarak. Secondo l'Authority per il turismo egiziano, il calo più vistoso riguarda i turisti emiratini (-58%), kuwaitiani (-52%) e sauditi (-48%). Questo crollo, riferisce il sito web del quotidiano «Gulf News», è stato in parte bilanciato dall'arrivo di molte persone da altri paesi della regione dove la situazione è molto più critica che in Egitto, come il Sudan, i territori palestinesi e la Libia. «Siamo passati attraverso una rivoluzione, un dittatore è caduto, si formerà un nuovo governo. Il primo anno è una fase di transizione» dice un tour operator locale. «I dati di quest'estate sono peggiori rispetto alle attese e fanno del turismo il settore più colpito dalla rivoluzione». Il turismo è un asset fondamentale nell'economia egiziana poiché fornisce occupazione diretta o indiretta a circa un lavoratore su sette. Nel 2010 il Paese ha ospitato 14,2 milioni di visitatori stranieri per un giro d'affari di circa 13 miliardi di dollari. Intorno al settore turistico si muovono anche quello dei trasporti (aereo e marittimo) e quello ricettizio-alberghiero. Stesso copione anche per la Tunisia dove questa viene considerata come la peggiore stagione della storia del Paese, nonostante il forte investimento governativo per una campagna mediatica di promozione turistica. L'anno scorso, per la Tunisia, si parlava di 160mila arrivi dall'Italia, mentre quest'anno la diminuzione è fortissima. A questo punto si spera in una inversione di rotta nel 2012. Una prospettiva che sarà fortemente legata alla stabilizzazione dei vari regimi e al rafforzamento degli accordi di collaborazione con i Paesi europei.


(Giornale.it)

Gli albergatori della Tunisia contro il rinvio dell'Open sky

La Federazione tunisina degli albergatori reagisce con forza al rinvio dell'entrata in vigore dell'Open sky con l'Europa. Previsto per la fine di quest'anno, l'accordo consentirebbe anche l'avvio di collegamenti low cost sul Paese rilanciandolo dopo la crisi delle ultime stagioni turistiche: al termine dei primi otto mesi il calo del traffico aereo risulta del 50% rispetto a un anno prima, nonostante gli arrivi di luglio e agosto, che non sono riusciti a compensare le perdite accumulate. "Protestiamo contro il rinvio dell'Open sky annunciato dal nostro ministro dei Trasporti presumibilmente per proteggere Tunisair - ha sentenziato Jalel Bouricha, presidente e dg della Federazione alberghiera Sud Tunisia, secondo quanto riportato da fonti francesi -. Il nostro settore dev'essere una priorità. Abbiamo chiesto che inizino i negoziati bilaterali con l'Europa fissando una data precisa, ma nulla è stato fatto sinora". Intanto, le prospettive per la stagione 2012 non sembrano rassicurare gli operatori alberghieri, che lamentano anche le pressioni dei t.o. europei: "Siamo in balia delle loro richieste - dice Bouricha -, vogliono ancora rinegoziare le tariffe".


(www.ttgitalia.com)

lunedì 29 agosto 2011

E adesso Borat diventa Gheddafi

Un incrocio tra Gheddafi e Saddam Hussein, la sceneggiatura che dichiara di ispirarsi al romanzo pubblicato nel 2004 dall'allora rais iracheno Zabibah and the King. Storia di un «dittatore che rischia la vita per assicurasi che la democrazia non giunga mai nel suo paese che lui così amorevolmente opprime»: se ne sa ancora pochissimo, se non che il nostro lascia a palazzo un sosia per girare il mondo perennemente circondato da una guardia di vergini (ricorda qualcosa, no?). E che si troverà, a New York, travolto da un'insolita passione per una ragazza commessa in un negozio di cibo biologico. Un film che, come e più il precedente Borat («studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan», metterà il suo autore e protagonista nelle pesti. Sacha Baron Cohen (già creatore per la tv britannica dei personaggi poi portati al cinema, Ali G e Brüno) questa volta è riuscito ad avere l'appoggio (e i soldi) di Hollywood (Paramount Pictures). Nel cast compaiono Ben Kinglesy, Jason Mantzoukas e Anna Faris con cammei di Megan Fox e John C. Reilly.

Una scena del film girata a New York TRA SIVIGLIA E NEW YORK - Barbone e capigliatura nero corvino, occhiali scuri, giacca bianca con una spianata di megaglie e onorificienze, spalline dorate, il 39enne Sacha Boart Cohen è il protagonista del film (titolo probabile The dictator, ma è anche registrato come Finchey dreams,) diretto da Larry Charles. L'uscita è prevista per il maggio 2012. In questi giorni stanno girando in una Siviglia trasformata in città araba, nelle settimane scorse il set era a New York. Previste anche alcune scene in Marocco.







(Corriere Della Sera)

sabato 27 agosto 2011

Libia, tre italiani detenuti per un mese

MILANO - Un mese nelle carceri del Rais. Mentre fuori infuriava la guerra civile. È la disavventura di tre italiani arrestati e detenuti in condizioni durissime, e liberati solo tra domenica e lunedì scorsi, quando Tripoli è caduta in mano ai ribelli. Si tratta di Antonio Cataldo, 27 anni, di Chiusano di San Domenico in provincia di Avellino, Luca Boero, 42 anni, genovese (ascolta il suo racconto raccolto via telefono); Vittorio Carella, 42 anni, di Peschiera Borromeo in provincia di Milano. Farnesina e Viminale hanno smentito che si tratti di contractor (agenti di sicurezza privata, ingaggiati per affiancare e istruire le milizie ribelli), e non si conoscono ancora i motivi per cui sono entrati in Libia dalla Tunisia. Si sa però che non sono riusciti a raggiungere Tripoli perché lo scorso 23 luglio sono stati catturati dalle milizie lealiste che controllavano la zona di confine.

IN CARCERE - Trenta giorni in un carcere nella capitale, probabilmente la prigione di Abu Salim, teatro di violenze ripetutamente denunciate da Amnesty International e del massacro di 1.200 prigionieri politici nel 1996, o nelle immediate vicinanze. Poi, lo scorso 21 agosto, la liberazione. Gli insorti durante la loro avanzata hanno man mano spalancato le porte delle carceri liberando tutti i detenuti anti-Gheddafi, e tra questi anche i tre italiani. Testimoni raccontano che erano «molto scossi» e che hanno riferito di aver subito «violenze» durante la detenzione. Indossavano stivali e borse militari. Una volta liberi comunque, i tre italiani sono stati presi in consegna dai ribelli, che li hanno accompagnati all'Hotel Corinthia di Tripoli, dove si trovano anche molti degli inviati italiani e internazionali che stanno raccontando la guerra. Sabato i tre - assieme ai quattro giornalisti italiani rapiti due giorni fa dai gheddafiani - torneranno in patria a bordo di una nave che salperà da Tripoli. Tra gli episodi di carceri «liberate» dai ribelli si ha notizia della prigione di Maya, a circa 25 chilometri a ovest della capitale. Nella prigione erano rinchiusi detenuti anti-Gheddafi. Molti erano particolarmente magri e alcuni avevano segni di torture. I prigionieri erano rinchiusi in 20 in celle di nove metri quadrati, in un'afa soffocante.

(corriere della sera)

giovedì 25 agosto 2011

Quattro giornalisti italiani nelle «mani» dei lealisti: ucciso l'autista

MILANO - Bloccati da una banda armata, sequestrati e tenuti in una casa privata. Quattro giornalisti italiani sono finiti nelle mani di miliziani libici, in apparenza lealisti, nella mattinata di mercoledì. Due inviati del Corriere della Sera, Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina, uno della Stampa, Domenico Quirico, e uno di Avvenire, Claudio Monici, stavano viaggiando sulla stessa auto tra Zawiyah e Tripoli (80 chilometri dalla capitale), quando un gruppo di civili li ha bloccati, uccidendo l'autista che li accompagnava. La notizia del sequestro è stata confermata mercoledì sera dalla Farnesina.

HANNO CHIAMATO - Due dei quattro reporter italiani rapiti hanno chiamato casa: lo scrive nella notte il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli in un suo tweet. Si tratta di Claudio Monici, di Avvenire, e Domenico Quirico, de La Stampa. Il console di Bengasi Guido De Sanctis, dopo essere riuscito a mettersi in contatto con uno dei giornalisti, ha rassicurato: «I quattro si trovano in un appartamento a Tripoli, tra Bab Al-Aziziya e l'Hotel Rixos» . Gli inviati «stanno bene» e hanno fatto sapere, nella telefonata, che al termine del Ramadan «sono stati anche rifocillati con cibo e acqua». Dall'appartamento, ha aggiunto, si vede un noto centro commerciale di proprietà della figlia di Gheddafi.

RAPITI - I giornalisti sono stati derubati di tutto quello che avevano, compresi i telefoni satellitari. La banda di civili, dopo aver malmenato i reporter, li ha consegnati a un gruppo di militari fedeli a Gheddafi che li hanno portati in una casa privata. Solo nel primo pomeriggio il giornalista diAvvenire ha potuto comunicare con l'Italia, parlando con la madre e con il proprio giornale raccontando in maniera sommaria l'accaduto e dando assicurazioni sullo stato di salute dei quattro giornalisti. Poi qualsiasi comunicazione si è interrotta. «Ci ha raccontato che sono stati presi, rapinati di tutto e che forse era stato ucciso il loro autista - riferiscono da Avvenire -. Secondo quanto abbiamo potuto capire, sarebbero stati rapiti da civili, che poi li hanno passati a militari, presumibilmente lealisti». I colleghi di Avvenire raccontano il breve contatto con Monici: una telefonata di circa cinque minuti, avvenuta attraverso un telefono satellitare del proprietario della casa nella quale sono detenuti. «Avevo sentito Claudio stamattina alle 10 - racconta ancora un collega della redazione esteri -, avevamo concordato il pezzo. Non sapeva ancora se sarebbero andati a Tripoli, perché c'era il problema di trovare un autista fidato». Nella telefonata successiva al sequestro, comunque, sottolineano ancora ad Avvenire, «Claudio non era trafelato, aveva la voce ferma: d'altronde lui di queste situazioni ne ha vissute parecchie». Poco prima della mezzanotte si è poi saputo che anche Domenico Quirico è riuscito a telefonare a casa in Italia e a rassicurare sulle condizioni sue e degli altri tre rapiti.

APPELLO UE - «Auspichiamo che i giornalisti italiani rapiti siano rilasciati sani e salvi il prima possibile». È l'appello lanciato dall'Ue per bocca del portavoce dell'Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune Catherine Ashton. Il rapimento dei quattro cronisti italiani in Libia «è una notizia davvero molto preoccupante», ha sottolineato Michael Mann, ricordando che per Bruxelles i giornalisti presenti sul posto «stanno facendo un lavoro estremamente coraggioso e dovrebbe essere permesso loro di svolgerlo in sicurezza». La Presidenza del Consiglio e la presidenza della Repubblica seguono di minuto in minuto la vicenda. Grande preoccupazione e fiducia ha espresso Franco Siddi, segretario della Fnsi, che ha annunciato di avere attivato contatti con la sezione araba della Federazione internazionale della stampa.

FERITI DUE REPORTER FRANCESI - Mercoledì due giornalisti francesi sono stati feriti da colpi d'arma da fuoco a Tripoli, vicino alla fortezza di Muammar Gheddafi. Si tratta di Bruno Girodon, cameraman del canale tv France 2, e Alvaro Canovas, fotografo di Paris Match. Sul sito di France 2 si legge che Girodon non è in pericolo di vita e che verrà rimpatriato. Anche Canovas, ferito a una gamba, tornerà presto a casa. Le sue condizioni non destano preoccupazioni.

(CORRIERE DELLA SERA)

mercoledì 24 agosto 2011

TUNISIA: FINE POSIZIONE NEUTRA, RICONOSCE CNT


Tunisi, 24 agosto 2011, Nena News – Il primo ministro del governo di transizione tunisino Béji Caïd Essebsi ha espresso lunedì la sua soddisfazione per “la vittoria della volontà del popolo libico in marcia per la libertà e la dignità”., sottolineando altresì la “solidità dei legami di fratellanza e solidarietà tra i popoli tunisino e libico”. La Tunisia, che per mesi si è tenuta su una posizione di ufficiale neutralità tra le due parti in conflitto, accogliendo al contempo migliaia di profughi, domenica aveva riconosciuto il Cnt come legittimo rappresentate del popolo libico.  Da parte sua M. Jibril ha dichiarato la sua “profonda gratitudine alla Tunisia, al suo popolo e al suo governo, per il sostegno dato al popolo libico” e ha espresso la volontà del Cnt di rafforzare le relazioni bilaterali tra i due paesi fratelli. Al di là delle dichiarazioni di facciata resta tuttavia l’allerta al confine, in particolare a Ras Jedir, valico che la Tunisia ha chiuso, temendo l’ingresso di nuove ondate di profughi, nonchè il passaggio di personalità vicine a Gheddafi.
In seguito all’annuncio diffusosi domenica della caduta di Tripoli migliaia di libici presenti in Tunisia hanno invaso le strade di molte città, da Sousse a Djerba, da Sfax a Hammamet passando per la capitale, dove una folla ha manifestato sotto l’ambasciata libica.
Infine è stato reso noto oggi un episodio controverso relativamente ad un mancato attentato da parte di un militare libico contro una non precisata ambasciata araba a Tunisi. E’ quanto comunicato dal colonnello Mokhtar Nasr, rappresentante del ministero della difesa, che, in una conferenza stampa ha dichiarato : “l’ufficiale libico Abderrazek Rajhi che avrebbe condurre l’azione ha scelto di svelare volontariamente il complotto”. L’uomo era entrato in Tunisia il 30 luglio assieme alla famiglia, trasportando esplosivo da usare per l’attentato, che “aveva lo scopo di riconquistare la fiducia dell’Occidente e accreditare la tesi che AlQaida è attiva in Maghreb”. Tuttavia il militare libico ha dichiarato di non aver mai avuto intenzione di compiere l’attentato, ma di aver accettato l’incarico solo per avere un’opportunità di scappare dalla Libia e portar via la famiglia. Nena News


DA GRAMSCI UNA SPERANZA PER LA TUNISIA?


Tunisi, 22 agosto 2011, Nena News – Le coscienze hanno tempi diversi, si sincronizzano con difficile empatia in ogni tipo di società. In quella tunisina il sogno di cambiamento del popolo si deve scontrare con la resistenza della burocrazia, ancora figlia del vecchio regime. Le registrazioni per le future elezioni hanno mantenuto un profilo basso: su dieci milioni di cittadini, tre milioni e settecento hanno presentato la propria richiesta. Per molti, che nei mesi di dicembre e di gennaio sono stati attivi nella lotta, ora è giunta l’attesa e la consapevolezza di dover costituire una propria coscienza politica, sterilizzata dal monopolio del regime. Tanti rispettano il diritto acquisito del voto, ma pochi si sentono pronti ad essere parte attiva della vita politica. C’è chi crede di dover apprendere, aspettare, crearsi una propria ideologia prima di registrarsi nelle liste elettorali ed usufruire della scelta. Altri ancora invece ripudiano la politica perché schiava di partiti lontani dai desideri di cambiamento, perché sul finire del regime erano pronti a creare un governo tecnico con Ben Ali, perché pensavano di non bandire quello ch’era stato il partito unico (RCD), perché forse considerano ancora il rapporto Stato-popolo come verticale. Le piazze s’infiammano ancora se l’ex ministro dei trasporti, Abderderrahim Zouari, viene rilasciato, se il sindacato UGTTT è poco chiaro sulla propria riorganizzazione, se i processi ai vecchi funzionari non possono esser celebrati perché i dossier vengono occultati da un’omertà inquietante.
Tra metafore, ricordi e sogni faticosi, lo scrittore Gilbert Nacache, l’autore di Cristal, prova a chiarirci questo squilibrio numerico tra il clamore della piazza e la pochezza del prossimo elettorato.
“La gente ha frainteso. All’inizio in pochi hanno creduto nella prossima Assemblea Costituente. Non si sono registrati perché hanno pensato di dover fare i conti con un sistema partitico che non ha nulla a che fare con i valori della rivoluzione. I risultati della piazza non saranno pronti a schierarsi pro o contro un’ideologia, ma a scrivere un nuovo modo, anche ingenuo, di disegnare la democrazia, senza la limitazione dei partiti. Negli ultimi giorni il numero delle registrazioni è aumentato perché si è iniziato a comprendere che alle prossime elezioni si potranno votare anche candidati che sono in liste indipendenti, lontani dalle logiche di partito”.


Campionati Africani F.: Il Senegal elimina la Tunisia

KENYA (g.t.) - Risultato a sorpresa nel match decisivo per determinare l'ultima formazione semifinalista dei campionati africani femminili. Il Senegal ha infatti superato al tie-break la Tunisia rimontando 2 set di svantaggio.
Nel match che valeva il primato della Pool A vittoria del 
Kenya sull'Egitto.
Risultati 5° giornata (21 agosto)
Pool A

Cameroun - Nigeria 
3-0 (25-11, 25-15, 25-20)
Egitto - Kenya 
1-3 (14-25, 20-25, 26-24, 17-25)
Classifica
Kenya 3 vinte - 0 perse
Egitto 2 vinte - 1 persa
Cameroon 1 vinta - 2 perse
Nigeria 0 vinte - 3 perse
Pool B
Tunisia - Senegal 
2-3 (25-20, 25-19, 16-25, 22-25, 12-15)
Rwanda - Algeria 
0-3 (13-25, 21-25, 15-25) Riposa: Botswana
Classifica
Algeria 4 vinte - 0 perse
Senegal 3 vinte - 1 persa
Tunisia 2 vinte - 2 perse
Botswana 1 vinte - 3 perse
Rwanda 0 vinte - 4 perse
Programma 22 agosto
Semifinali 1°-4° posto
Kenya - Senegal
Algeria - Egitto
Semifinali 5°-8° posto
Camerun - Botswana
Tunisia - Nigeria







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Tripoli, forze lealiste al contrattacco; Il Cremlino: «Trattare con il Raìs»

Il bunker di Muammar Gheddafi a Tripoli, l'ultimo baluardo del regime, è sotto il controllo dei ribelli. Da martedì notte la bandiera degli insorti sventola sulla fortezza del Raìs, ma di lui non c'è traccia. «Morte o vittoria contro l'aggressore», ha ripetuto il Colonnello in un messaggio audio trasmesso da una radio locale, invitando poi il suo popolo, in un secondo appello via audio, a «ripulire Tripoli dai traditori». «Ho passeggiato in incognito, senza che la gente mi vedesse, e ho notato giovani pronti a difendere la loro città», ha affermato il leader libico. La capitale è ancora un campo di battaglia. Mercoledì mattina sono state udite diverse potenti esplosioni, almeno dieci, che hanno letteralmente scosso la zona orientale della città. Colpi di armi pesanti sono stati sentiti provenire successivamente dalla zona dell'Hotel Rixos, l'albergo dei giornalisti -non lontano dal compound di Bab al Aziziya- dove da alcuni giorni sono bloccati una trentina di giornalisti. Le forze lealiste, che avrebbero lanciato la notte scorsa diversi missili Scud in direzione di Misurata, ora stanno bombardando il centro della capitale. Violenti scontri anche nella parte meridionale della città, nel sobborgo di al-Hadhba al-Khadra, dove secondo i ribelli potrebbe essersi nascosto il Raìs. Dalla Russia il presidente russo Dmitri Medvedev ha esortato il leader libico latitante ad avviare negoziati con i ribelli. «A dispetto dei successi degli insorti» (e a differenza di molti altri leader della comunità internazionale), il numero uno del Cremlino si è detto convinto che il Raìs «ha ancora qualche influenza nel Paese». Il Colonnello, secondo Mahmud Nacua, incaricato d'affari dell'Ambasciata libica a Londra, si starebbe nascondendo con alcuni collaboratori in una fattoria nei dintorni di Tripoli.

I ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a TripoliI ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a Tripoli I ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a Tripoli I ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a Tripoli I ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a Tripoli I ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a Tripoli I ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a Tripoli I ribelli nel bunker, Gheddafi non c'è. Festa a Tripoli

GIORNALISTI IN HOTEL- Da cinque giorni trentacinque giornalisti stranieri sono bloccati nell'hotel Rixos di Tripoli occupato e controllato da uomini armati, fedeli al regime di Gheddafi, che impediscono ai reporter di lasciare l'albergo. «La situazione è peggiorata nella notte», ha raccontato Matthew Price, inviato della Bbc intervenendo alla trasmissione «Today Programme». «Ci sono soldati che ci controllano e cecchini sul tetto. I nostri movimenti sono limitati e chiaramente non siamo in grado di uscire dall'edificio». Price ha riferito che un cameraman della televisione britannica Itn ha un mitragliatore Ak47 puntato addosso. Tutti i giornalisti, con indosso elmetto e giubbotto antiproiettile, si trovano al primo piano dell'albergo controllati a vista dalle forze lealiste.

LE VITTIME - Della presa di Tripoli si comincia, intanto, a fare un primo bilancio. Secondo una stima fornita da Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), i combattimenti che infuriano da tre giorni nella capitale hanno provocato più di 400 morti e duemila feriti. Nel corso dei combattimenti, gli oppositori hanno catturato quasi 600 soldati fedeli a Gheddafi, ha aggiunto Jalil, precisando che la battaglia sarà portata a termine con l'arresto del Colonnello. Gli ospedali di Tripoli sono in grave emergenza e faticano a curare i feriti, ha dichiarato, sottolineando che alcuni di loro hanno bisogno di essere trasferiti. Nella capitale, la residenza della di Bab al Aziziya è ormai interamente nelle mani degli insorti, ma restano alcune sacche di resistenza in tre quartieri della città. «La battaglia non è finita, si completerà con l'arresto di Gheddafi», ha insistito. E «spero che Gheddafi sia catturato vivo, perchè possa essere processato e il mondo possa conoscere i suoi reati», ha aggiunto. «Trasformeremo la Libia in vulcani, lava e fiamme», è d'altra parte la minaccia lanciata nella notte dal portavoce del governo libico, Ibrahim Moussa, in un colloquio telefonico con le emittenti al-Rai e al-Oruba. Il portavoce ha affermato che il colonnello Muammar Gheddafi è in grado di resistere per mesi o anni agli insorti che hanno preso il controllo della maggior parte di Tripoli.


(Corriere della Sera)

Gheddafi, paria e un po' cialtrone

Moammar Gaddafi (Photomasi)
Moammar Gaddafi (Photomasi)
Una cosa bisogna onestamente ammettere: comunque vada a finire, Moammar Gheddafi ci mancherà. O almeno mancherà a chi lo ha seguito, o meglio ha seguito le sue bizze politico-caratteriali, in questi decenni di potere. Ci mancherà non certo per stima o ammirazione, perché il colonnello è al massimo un simpatico cialtrone, di certo è un ex finanziatore di terroristi per pura libidine di violenza, o magari un pericoloso istrione. Ma perché, da giornalista, va detto chiaramente che non ci ha mai lasciato con la pagina vuota o con il registratore spento. Pur contando assai poco nell'intero mondo arabo (le sue rare assenze ai vari vertici venivano salutate dai suoi «fratelli» con rumorosi respiri di sollievo), contava moltissimo per i mass media. Perché, dove arrivava Gheddafi il reportage e il titolo erano comunque assicurati. Un collega di una radio francese una volta mi lasciò interdetto: «Hanno deciso di mandarmi al vertice dopo aver saputo che la presenza del colonnello era assicurata». Tra i cimeli di un inviato, sicuro collezionista di emozioni, ci sono sempre libri e cartoline. Conservo gelosamente il volumetto verde con autografo che Moammar Gheddafi mi regalò dopo un'intervista-nei tardi anni '90-, nella quale si diceva turbato dal fatto che Umberto Bossi non avesse letto accuratamente, appunto, le pagine del «libretto verde». Ecco perché - diceva il colonnello - «prima o poi dovrò fondare un paio di partiti in Italia per restituire speranza al vostro popolo».

Gheddafi, 42 anni al potereGheddafi, 42 anni al potere Gheddafi, 42 anni al potere Gheddafi, 42 anni al potere Gheddafi, 42 anni al potere Gheddafi, 42 anni al potere Gheddafi, 42 anni al potere Gheddafi, 42 anni al potere

AMBIGUITA' - I leader arabi lo disprezzavano per la sua ambiguità. Tanto che, in un certo periodo, qualcuno aveva messo in giro la voce che in Libia esisteva un segreto sugli inconfessabili legami del leader con paesi che, a parole, definiva acerrimi nemici, come Israele e gli Stati Uniti. Leggende metropolitane, certamente, ma è sicuro che Gheddafi fece fallire il vertice arabo straordinario di Sharm el Sheikh, in Egitto, alla vigilia della guerra all'Iraq, nel marzo 2003. Come hanno denunciato in tanti, compreso il leader radicale italiano Marco Pannella, esisteva un piano, che aveva già raccolto solidi consensi, per mandare Saddam Hussein in esilio (con il suo consenso) ed evitare l'imminente conflitto, fortemente voluto dagli Usa di George W.Bush. Le «amazzoni» del colonnello provocarono, a bella posta, un incidente davanti al palazzo del congresso. All'interno, Gheddafi cominciò a insultare pesantemente e volgarmente i sauditi e tutti coloro che sostenevano la proposta. E alla fine impedì il voto. Lo ricordo bene perché, durante la lite, la tv egiziana interruppe le immagini ma si dimenticò di togliere l'audio. Con l'aiuto dell'interprete, non fu difficile ricostruire quel che aveva fatto Gheddafi. I suoi premurosi consiglieri, durante le periodiche interviste, suggerivano ai giornalisti di chiamarlo «signor leader». Assolutamente ridicolo. Al nostro secco rifiuto, c'era sempre - nel rispetto del clima surreale - la via d'uscita. «Non si preoccupi, può sempre chiamarlo colonnello!». Il colonnello era odiato dagli sciiti, e in particolare da quelli libanesi, per il rapimento e poi la scomparsa dell'Imam Moussa Sadr, che era andato in Libia nella speranza di ottenere il sostegno per chiudere, alla fine degli anni '70, la guerra civile libanese. Non soltanto Gheddafi si liberò dell'Imam (forse ammazzato durante la visita), ma inviò i suoi agenti in Libano ad alimentare gli odi della guerra civile. Giunse persino a comprare alcuni ostaggi degli estremisti di Beirut, per poterli ammazzare nei momenti che riteneva più utili agli interessi di Tripoli.

Abiti e divise, lo stile GheddafiAbiti e divise, lo stile Gheddafi Abiti e divise, lo stile Gheddafi Abiti e divise, lo stile Gheddafi Abiti e divise, lo stile Gheddafi Abiti e divise, lo stile Gheddafi Abiti e divise, lo stile Gheddafi Abiti e divise, lo stile Gheddafi

LOCKERBIE - Nessuno poi è riuscito a sciogliere i dubbi sulla strage di Lockerbie, nel dicembre del 1988. Per la strage nei cieli scozzesi furono arrestati e processati due libici. Sicuramente coinvolti, almeno a livello di manovalanza. Ma il problema era che i due avevano commesso gli stessi reati (erano sempre assieme) ma il processo, che si svolse in Olanda davanti a un tribunale scozzese, finì sorprendentemente con due sentenze diverse: una condanna e un'assoluzione. Alla fine, Gheddafi decise di risarcire con una megaofferta tutte le vittime della strage. Eppure, i misteri di quella vicenda sono rimasti tali. E c'è in molti il sospetto che il colonnello abbia calamitato tutte le responsabilità sui libici per proteggere altri soggetti. Si ricorderà che l'attentato di Lockerbie, con l'esplosione in volo dell'aereo diretto negli Usa, avvenne subito dopo che Yasser Arafat, parlando all'ONU di Ginevra, aveva rinunciato al terrorismo, condannandolo platealmente "in tutte le sue forme". Passo assai poco gradito a troppi estremisti.

BUFFE SPARATE - Eppure ci mancheranno le sue buffe sparate. Come quella volta che, durante un vertice dei non allineati a Belgrado, disse che aveva la soluzione per il conflitto israeliano-palestinese: «Impacchettare Israele e trasferirlo, come un cuneo, tra Alsazia e Lorena, dove le rispettive comunità non si sono mai amate.....Sarebbe un'opera altamente meritoria». Istrione, inaffidabile, bugiardo e ambiguo. Quando andammo a vedere il suo bunker di Bab el Azizia dopo il bombardamento americano dell''86, fummo quasi folgorati dal quadro che penzolava dietro la spalliera della sua camera da letto semidistrutta. Invece di sabbia e cammelli, il dipinto mostrava un delicato plenilunio sul mare. Che suggeriva nostalgie amorose e delicati ricordi estivi.


(Corriere della Sera)

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