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sabato 30 aprile 2011

"Porteremo la guerra in Italia"

Le minacce all'Italia
(Rcd)

MILANO - Gheddafi è pronto ad attaccare l'Italia. C'è infatti anche un duro riferimento al nostro Paese nel discorso pronunciato dal leader libico in tv. «Tra noi e l'Italia è guerra aperta», ha detto il colonnello nel discorso trasmesso dalla tv di stato. «Il governo italiano attua la stessa politica fascista e coloniale dei tempi dell'occupazione», ha proseguito Gheddafi, affermando che nel 2008 l'Italia «ha fatto le sue scuse e ha detto che (il colonialismo, ndr) è stato un errore che non si sarebbe ripetuto, ma ora sta facendo lo stesso errore». Un riferimento ai raid aerei che l'Italia ha cominciato a condurre sulla Libia nell'ambito dell'operazione Nato contro il regime. «Con rammarico prendiamo atto che l'amicizia tra i due popoli è persa - ha concluso Gheddafi - e che i rapporti economici e finanziari sono stati distrutti. Quindi i libici hanno ragione in quel che dicono e io non posso porre un veto sulle decisione dei libici che vogliono difendere la loro vita e la loro terra e trasferire la battaglia nei territori nemici».

ATTACCO A BERLUSCONI - Poi Gheddafi se la prende poi anche con Silvio Berlusconi. «Il mio amico Silvio Berlusconi ha commesso un crimine» autorizzando i bombardamenti italiani sulla Libia spiega il Colonnello. «Avete commesso un crimine - dice il Rais rivolgendosi all'Italia che ha celebrato anche il 96esimo anniversario della battaglia di Gardabiya contro gli italiani -, l'ha commesso il mio amico Berlusconi, l'ha commesso il Parlamento italiano. Ma ci rendiamo conto che non esiste un Parlamento in Italia, nè tanto meno la democrazia. Solo l'amico popolo italiano vuole la pace». «Dov'è il Trattato di amicizia? Dov'è il divieto di aggressione contro la Libia da parte dell'Italia? Dov'è il parlamento italiano? E il governo italiano? E il mio amico Berlusconi?» aggiunge Gheddafi. «Credevamo aveste sentimenti di colpa per il popolo libico - sottolinea il rais - speravamo che l'Italia, il mio amico Berlusconi e il parlamento italiano condannassero la colonizzazione, invece sembra che non ci sia un parlamento nè tantomeno una democrazia in Italia».

«NON LASCIO IL POTERE» - Gheddafi ha poi annunciato che non lascerà il potere e ha chiesto negoziati con Usa e Francia per «fermare i bombardamenti della Nato» e si è detto pronto a un cessate il fuoco «non unilaterale». Pronta la replica dell'Alleanza Atlantica: «Servono fatti, non parole».

Il ramoscello d'ulivo del Colonnello
(Rcd)

L'APPELLO - «Paesi che ci attaccate, fateci negoziare con voi», spiega ancora il colonnello nel discorso di 80 minuti in diretta tv. «Noi non li abbiamo attaccati, non abbiamo oltrepassato i loro confini, perché loro ci stanno attaccando?», chiede il leader libico. Gheddafi dice anche di essere pronto a far tacere le armi, a patto che sia unilaterale e non solo per le forze lealiste che combattono contro i ribelli. «Siamo i primi ad accogliere un cessate il fuoco, la porta alla pace è aperta», conclude il Colonnello.

NATO - «Servono fatti, non parole», ha replicato la Nato. Le operazioni della Nato «proseguiranno fino a quando gli attacchi e le minacce contro i civili non finiranno», ha dichiarato un alto funzionario dell'Alleanza Atlantica.

BOMBARDAMENTI - Proprio durante il discorso del colonnello, i jet della Nato hanno lanciato almeno tre missili contro obiettivi prossimi all'edificio che ospita i locali della tv di Stato, senza causare danni. Le bombe hanno aperto una voragine nei pressi del ministero della Giustizia e hanno colpito altri due uffici governativi.

MISURATA - Intanto una nave per aiuti umanitari è bloccata nel porto di Misurata e altre due sono ferme al largo in attesa di un'autorizzazione entrare da parte della Nato che sta completando un'operazione di bonifica di mine piazzate dalle forze di Gheddafi. Lo ha segnalato una Ong.



(CORRIERE DELLA SERA)

Lampedusa, ondata d'immigranti

L'effetto boomerang dei bombardamenti italiani in Libia, si sta verificando con una nuova ondata di sbarchi, che nelle ultime ore ha colpito l'isola di Lampedusa e sta mettendo a dura prova i militari impegnati nelle operazioni di accoglienza, anche a causa delle cattive condizioni del mare.
Nella notte a Lampedusa, dove ieri sono arrivati oltre 1000 profughi provenienti dai paesi dell'Africa sub sahariana come Somalia ed Eritrea ma anche da Pakistan e Tunisia, è giunto un barcone con 360 migranti, mentre un secondo, con circa 500 extracomunitari, avvistato stamani a circa dieci miglia dalla costa in grave difficoltà, è stato soccorso dalle motovedette della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera.
Questi ultimi non sono stati portati sull'isola ma trasbordati direttamente sulla nave 'Flaminia' in rada da giorni in attesa di trasferire immigrati in caso di necessità.
Tra i 500 profughi ci sono anche donne e bambini, e sembra che stiano tutti bene e che non siano necessari interventi sanitari.
Gli africani, provenienti quasi tutti da paesi subsahariani, resteranno sulla nave 'Flaminia' fino a quando non verranno raggiunti sul traghetto dagli altri 1.200 profughi arrivati nelle ultime 24 ore a Lampedusa e al momento ospiti dell'ex base militare Loran.
E' stato intanto avvistato a circa 40 miglia dall'isola di Lampedusa un nuovo barcone con almeno 600 profughi a bordo. Motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza stanno raggiungendo l'imbarcazione che sembra essere in difficoltà. L'arrivo a Lampedusa è previsto per il pomeriggio.
A pensare che nei giorni scorsi il sindaco di Lampedusa aveva chiesto il ritiro dei militari dall'isola in quanto a suo dire, l'emergenza era terminata.



(http://www.julienews.it/)

TUNISIA: RIMPATRIATI SOLDATI LIBICI CHE AVEVANO SCONFINATO

TUNISI, 29 APR - Tutti i soldati libici che oggi hanno sconfinato e si sono scontrati con le forze di sicurezza tunisine hanno fatto ritorno in Libia. Lo ha annunciato il ministero della Difesa tunisino.

I soldati di Gheddafi erano entrati nella cittadina tunisina di Dehiba durante combattimenti con gli insorti libici per il controllo del posto di frontiera tra i due Paesi. In un comunicato diffuso dall'agenzia tunisina Tap, il ministero della Difesa tunisino ha precisato che l'esercito "é intervenuto per fermare l'avanzata di alcuni membri delle forze di Gheddafi, che sono stati radunati e rimpatriati in territorio libico". Il comunicato non precisa il numero dei soldati rimpatriati.

Intanto le autorità tunisine hanno convocato l'ambasciatore libico in segno di protesta per gli scontri avvenuti nella zona di confine di Dehiba, secondo quanto afferma la tv araba al Jazira. "Abbiamo convocato l'inviato libico e gli abbiano consegnato una protesta forte perché non tollereremo che si ripetano simili violazioni. C'é una linea rossa in territorio tunisino e nessuno è autorizzato a valicarlo", ha detto il vice ministro degli Esteri tunisino Radhouane Nouicer alla televisione panaraba.


(ANSA Med)

«Viagra ai soldati libici per stuprare» . La denuncia Usa  

Le truppe fedeli al dittatore libico Gheddafi stanno conducendo una terrificante campagna di stupri sistematici, anche su minori, volta a terrorizzare la popolazione civile libica nelle aree favorevoli ai ribelli. Per facilitare le violenze, il rais avrebbe addirittura ordinato di distribuire pillole di Viagra alle truppe impegnate nella cruenta repressione. A lanciare l'accusa, durante una riunione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza Onu dedicata alla Libia, è stata l'ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Susan  Rice, che dal Palazzo di Vetro si è appellata ai membri più scettici dell'esclusiva compagine, soprattutto Russia, Cina e India, negli ultimi tempi sempre più critici sulla legittimità degli attacchi aerei della coalizione internazionale Nato che accusano di avere «disatteso il mandato Onu» . «La Rice ha sollevato il problema durante la riunione ma nessuno dei presenti ha voluto riprendere l’argomento» , ha riferito un diplomatico, spiegando che il commento della Rice sugli stupri e il Viagra era volto ad illustrare «come la coalizione internazionale si trovi a dover affrontare un avversario anomalo che commette  atti reprensibili» . Contro il «colpevole silenzio» delle Nazioni Unite verso ciò che lo stesso segretario generale Ban Ki-moon ha definito «una delle nostre priorità» (lo stupro nei conflitti armati è considerato «crimine di guerra» ) si è levata anche l’autorevole voce della svedese Margot Wallstrom, rappresentante speciale di Ki-moon in materia di violenza sessuale in guerra. La scorsa settimana la Wallstrom ha diffuso un comunicato di fuoco in cui accusava i membri del Consiglio di Sicurezza di aver «messo brutalmente a tacere» il dramma degli stupri commessi in Libia dalle truppe di Gheddafi. Nonostante  le forti pressioni di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza, nessuna delle due recenti risoluzioni Onu sulla Libia menziona il tema della violenza sessuale. Nei corridoi delle Nazioni Unite alcuni funzionari continuano privatamente a esprimere scetticismo nei confronti della diplomatica americana, che accusano di non aver fornito prove concrete per corroborare le sue tesi. Ma a puntare i riflettori sul dramma delle donne e bambine stuprate in Libia dall’inizio della guerra è stata Eman al-Obaidi, la studentessa libica che lo scorso 26 marzo fece irruzione in un albergo di Tripoli pieno di giornalisti per denunciare  di essere stata stuprata e picchiata da miliziani pro-governativi. A confermare la diffusione di violenze carnali sistematiche da parte dei soldati di Gheddafi sono stati anche gli inviati di diversi quotidiani anglosassoni, tra cui l’inglese Daily Mail e l’americano New York Times. «Anche gli assassini hutu in Rwanda, i giustizieri serbi in Bosnia e le forze governative sudanesi in Darfur hanno stuprato su larga scala» , spiega lo storico americano Daniel J. Goldhagen che nel suo ultimo libro Peggio della Guerra: lo sterminio di massa nella storia dell’Umanità, edito da Mondadori, definisce il ricorso allo stupro durante un conflitto come «una fase sistematica del processo eliminazionista, volta a umiliare la donna e, insieme, attaccare il nucleo familiare, distruggendo il tessuto stesso della società»



(Corriere della Sera)

 Miliziani a caccia dei ribelli, La guerra sconfina in Tunisia  

Tanto per essere chiari: «Non tollereremo che si ripetano simili violazioni» . Il viceministro degli Esteri tunisino Radhouane Nouicer è più infastidito che preoccupato. Ce l’ha con i libici, nessuno escluso, che ieri hanno combattuto sul suolo tunisino. E l’ha spiegato anche all’ambasciatore di Tripoli convocato in tutta fretta: «C’è una linea rossa in territorio tunisino e nessuno è autorizzato a valicarla. È stata una grave violazione dell’integrità territoriale» . Le truppe di Gheddafi che danno la caccia ai ribelli delle montagne occidentali, ieri mattina hanno passato il confine e hanno inseguito gli insorti fino alla città di Dehiba dopo aver attaccato il varco di frontiera. Una colonna di una quindicina di mezzi carichi di militari gheddafiani armati di cannoni antiaerei e lanciarazzi, è entrata in Tunisia costringendo l’esercito del Paese a intervenire. Diversi testimoni raccontano che gli uomini del raìs avrebbero sparato indiscriminatamente per un’ora e mezza contro gli abitanti che nei giorni scorsi erano fuggiti a migliaia dal conflitto libico, molti dei quali si sono fermati nei villaggi appena dopo il confine. Una giovane donna sarebbe rimasta uccisa e almeno altre tre persone risultano ferite mentre non c'è certezza sulle perdite nelle truppe del colonnello. Il «fronte tunisino» è stata la notizia più rumorosa di ieri nel quartier generale del nuovo Consiglio nazionale, a Bengasi. Le informazioni sono arrivate, come sempre, incomplete e contraddittorie. Nessuno sa confermare, per esempio, se davvero (come dicevano voci diffuse nel pomeriggio) un battaglione di 162 soldati del dittatore si è consegnato all’esercito tunisino. Una nota ufficiale del ministero della Difesa di Tunisi ha spiegato in serata: «l’esercito è intervenuto per fermare l’avanzata di alcuni membri di Gheddafi, che sono stati radunati e rimpatriati in territorio libico» . Solo questo. Niente cifre né il dettaglio più interessante:  sono soldati del raìs passati dalla parte dei ribelli oppure no? In ogni caso le truppe leali al colonnello nelle ultime 48 ore hanno contato più vittorie che sconfitte. Wazin, al di qua del confine tunisino, è tornata nelle loro mani dopo una settimana. Zintan, a sud ovest di Tripoli, è stata bombardata per il secondo giorno consecutivo da salve di razzi Grad, armi fra le più pericolose per i civili a causa della loro scarsa precisione, e la situazione sembra sia più favorevole per i lealisti che per i rivoluzionari. Anche Koufrah, a sud-est del Paese, è stata riconquistata dalle truppe governative mentre a Misurata ieri notte le postazioni periferiche dei ribelli sono state bersagliate senza  tregua dall’artiglieria del Colonnello. Sette insorti sono stati uccisi. È una guerra di rapide avanzate e ritirate, da entrambe le parti e finora i bombardamenti delle forze Nato non hanno fatto la differenza. Nemmeno a Misurata, appunto. Dove ieri mattina la battaglia si è spostata verso la zona dell’aeroporto, ad Al Ghiran e da dove medici lanciano un appello per fronteggiare l’emergenza infinita: «Abbiamo bisogno di aiuto, assistenza, medicina» dice il dottor Khalid Abou Faha. «La gente continua a morire, solo in queste ore abbiamo 12 morti fra cui due donne e l’ospedale sta già dando il massimo che può» . Sempre critica la situazione anche al porto della città  dove ieri sera il regime ha imposto il blocco navale spiegando che tutte le navi potranno essere attaccate. Poco prima però gli uomini di Gheddafi hanno provato a piazzare delle mine-trappole destinate alle navi cariche di aiuti umanitari. Sono stati scoperti perché «si è verificato un incidente e le mine sono state rimosse» ha spiegato il generale di brigata della Nato Rob Weighill. «Una dimostrazione» ha detto «di come il regime ignori assolutamente il diritto all'assistenza umanitaria»

(Corriere della Sera)

venerdì 29 aprile 2011

Libia, sparano anche i soldati di Tunisi La Nato: «A buon fine attacchi Italia»

MILANO - «Nell'ultima settimana l'Italia ha partecipato ad attacchi che sono andati a buon fine». Lo ha detto il generale di brigata Rob Weighill, sottocapo di Stato Maggiore delle Operazioni Unified Protector, nel corso di una conferenza stampa sulle operazioni in Libia svoltasi alla base Nato di Bagnoli. «Gli interventi aerei italiani - ha affermato - hanno portato grandi benefici alle operazioni». «Siamo grati all'Italia - ha sottolineato - per ciò che ha fatto fin dall'inizio delle operazioni, sia con la no fly zone sia con l'embargo».
COINVOLTA LA TUNISIA - Nel frattempo, la guerra civile in Libia rischia di assumere una dimensione sovranazionale. Arrivano infatti notizie di scontri a fuoco al confine con la Tunisia tra truppe fedeli a Gheddafi e soldati tunisini. Una donna di nazionalità tunisina sarebbe rimasta uccisa, secondo quanto riferiscono testimoni citati dall Reuters, negli scontri divampati a Dehiba, città di confine i due Paesi, tra le forze lealiste e i ribelli che fanno capo al comitato di transizione di Bengasi. Nella battaglia sarebbero, appunto, poi stati coinvolti anche i militari di Tunisi, visto che parte della battaglia si è svolta entro i confini tunisini.
RAZZI OLTRE CONFINE - Un testimone, Imed, contattato telefonicamente dalla Reuters, ha riferito che veri e propri combattimenti sono scoppiati nel centro della città, in territorio tunisino. In precedenza, le postazioni dei ribelli libici in città erano state attaccate in mattinata, riferisce Al Jazeera, dalle forze di Tripoli, supportate dall'artiglieria e dai razzi, con molti colpi finiti oltre il confine. Secondo il corrispondente sul posto dell'emittente araba, gli scontri vanno avanti senza sosta «con ferocia» da mercoledì.


www.corriere.it

Foggia assume tunisini: in servizio tre infermieri

FOGGIA – Il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Foggia assumera' entro il 30 aprile tre infermieri tunisini, selezionati e formati nell'ambito di un programma realizzato in collaborazione con l'ambasciata italiana a Tunisi, il governo tunisino, il gruppo 'Obiettivo Lavoro', l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l'Agence tunisienne pour la cooperation tecnique (Atct). Ne da' notizia l'Oim con un comunicato. ''Il programma che ha portato alla selezione dei tre nuovi collaboratori – afferma nella nota il vice presidente di Connecting People, ente gestore del Cara, Orazio Micalizzi – e' stato avviato gia' da tempo. In questi giorni di esposizione mediatica negativa del mondo immigrazione, questo piccolo ampliamento di personale rappresenta un evento particolarmente importante e carico di significati, che mostra anche quell'Italia di cui poco si parla ma che accoglie e integra giovani professionisti che vogliono lavorare''. L'iniziativa si ispira ai contenuti del preesistente accordo bilaterale tra l'Italia e la Tunisia sulla mobilita' dei lavoratori.








www.blitzquotidiano.it

Gli Sgommati - Puntata 56 - Figuranti davanti al Tribunale di Milano, salta Forum




Marrakech, morti sono 17. Cresce pista Al Qaeda


E
' salito a 17 morti il bilancio dell'attentato terroristico che ieri a Marrakech, in Marocco, ha fatto saltare in aria un caffè nella centralissima piazza Jemaa el Fna. Due dei 23 feriti, infatti, sono deceduti all'ospedale Ibn Tofail. Delle vittime, undici sono straniere: otto francesi, due britannici e una donna israeliana in stato interessante. Le autorità marocchine non hanno dato ancora nessuna informazione sull'identità delle vittime straniere, ma hanno parlato di "atto terroristico". Dubbi sulle modalità: si pensa a un kamikaze, che qualche testimone avrebbe visto recarsi al bancone del bar per bere un succo d'arancia prima di farsi saltare. A confermare l'attacco suicida ci sarebbero  fonti dell'ospedale, che rivelerebbero la presenza di chiodi e pezzi di ferro nei corpi delle vittime. Un'altra versione, invece, parla di una valigetta lasciata nel locale. Cresce, in generale, la sensazione che dietro l'attentato ci sia Al Qaeda.

"VILE ATTACCO" - "Non conosciamo l'identità dei responsabili ma si tratta certamente di un sabotaggio al processo di democratizzazione in corso nel mondo arabo", attacca Mohammed Ziane, ex ministro dei Diritti umani, fondatore del Partito liberale marocchino e figura di spicco del locale movimento riformista. L'attacco di Marrakech è stato condannato con forza dal segretario di Stato americano Hillary Clinton e dall'Onu: "Gli atti di terrorismo non possono essere tollerati ovunque accadano", ha detto la Clinton, definendo l'esplosione un "vile attacco". Il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon si è detto "sgomento": "Nessun obiettivo politico può giustificare simili atti odiosi".








www.libero-news.it

Libia:scontri soldati tunisi-gheddafiani

(ANSA) - ROMA, 29 APR - Un intenso scontro a fuoco sarebbe in corso tra l'esercito tunisino e le forze fedeli a Muammar Gheddafi a Dehiba, città di confine tra Libia e Tunisia. Lo riferiscono testimoni. Un testimone, Imed, contattato telefonicamente dall'agenzia Reuters, ha riferito che veri e propri combattimenti sono scoppiati nel centro della città, in territorio tunisino. In precedenza, le postazioni dei ribelli libici in città erano state attaccate dalle forze di Tripoli, supportate da artiglieria e razzi. (ANSA).

LIBIA: BATTAGLIA TRA INSORTI E LEALISTI A CONFINE TUNISIA

DEHIBA, 28 APR - Combattimenti tra insorti e lealisti sono in corso oggi vicino al posto di frontiera tra Libia e Tunisia di Dehiba, conquistato oggi dai ribelli, secondo quanto riferiscono testimoni sul posto.

(ANSA med)

IMMIGRAZIONE:CORTE UE BOCCIA ITALIA PER REATO CLANDESTINITA'

BRUXELLES, 28 APR - La Corte di giustizia dell'Ue ha bocciato la norma italiana che prevede il reato di clandestinita', punendo con la reclusione gli immigrati irregolari. La norma - spiegano i giudici europei - e' in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei clandestini.

Il caso preso in esame dalla Corte Ue e' quello di Hassen El Dridi, un algerino condannato alla fine del 2010 ad un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non aver rispettato l'ordine di espulsione. Secondo la Corte europea di giustizia del Lussemburgo, ''una sanzione penale come quella prevista dalla legislazione italiana puo' compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali''. Gli Stati membri - si legge nella sentenza - ''non possono introdurre, al fine di ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all'allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perche' un cittadino di un paese terzo, dopo che gli e' stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine e' scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio''. Il giudice nazionale, incaricato di applicare le disposizioni del diritto dell'Unione e di assicurarne la piena efficacia, secondo i giudici Ue, ''dovra' quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva - segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni - e tenere conto del principio dell'applicazione retroattiva della pena piu' mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri''.

Il reato di clandestinita' per gli immigrati irregolari e' stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 2009 nell'ambito del cosiddetto 'pacchetto sicurezza'.


(ANSA med)

GOLFO: FMI, RIVOLUZIONI ARABE FANNO BENE AD ECONOMIE REGIONE

DOHA, 28 APR - Le rivoluzioni arabe fanno bene all'economia dei Paesi del Golfo: lo dice il Fondo Monetario Internazionale, per il quale "le performance dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) saranno notevoli nel 2011, con l'eccezione del Bahrein nel quale l'instabilita' prevale".

La previsione dell'Fmi è contenuta Regional Economic Outlook report. Il Qatar e' cresciuto del 16,3% nel 2010, ora sta mantenendo un ritmo del 18,6% e si prevede di raggiungere il 20% per la fine del 2011. Anche l'Arabia Saudita ha battuto le previsioni che davano un ritmo di crescita del 4,5% e invece con la piu' grande economia araba e' cresciuta del 7,5%.

Il Fondo Monetario Internazionale spiega questo fenomeno in due modi. I cambiamenti politici nel mondo arabo alimenteranno l'economia nel lungo termine attraverso riforme che renderanno piu' dinamici i Paesi e i risultati di questo processo evolutivo gia' si vedono nei dati di crescita degli Stati della regione. I cambiamenti politici renderanno le economie piu' competitive, si aprira' un immenso mercato del lavoro che da un lato portera' ricchezza, dall'altro attraverso le riforme politiche sara' in grado di distribuire questa ricchezza fra la popolazione incrementando i consumi e garantendo stabilita' sociale.

La seconda spiegazione del boom economico durante la rivoluzione araba e' legata secondo il FMI alla grande forza lavoro giovanile che vi e' nei Paesi del Golfo e alla collocazione geografica strategicamente favorevole che permette loro di essere il punto di incontro fra i maggiori mercati europei e le grandi economie dell'Asia e dell'Africa sub sahariana attualmente in espansione.

L'aumento esponenziale del prezzo del petrolio ovviamente arricchisce ulteriormente i Paesi esportatori concentrati nell'area del golfo e crea rischi di deficit fiscali nei Paesi importatori. Diversa la situazione nel resto del mondo arabo. Proteste e instabilita' politica hanno la conseguenza economica di allontanare flussi di investimenti economici lasciando i governi senza riserve finanziarie. Sono infatti i Paesi arabi direttamente coinvolti nelle rivoluzioni pro democratiche a subire i principali danni economici. Secondo le analisi del FMI l'Egitto avra' un decremento del 4% nella sua crescita, passando da una crescita del 5% all'1% quest anno. Le entrate legate al turismo vengono azzerate, la mano d'opera straniera emigra, il deficit fiscale in Egitto arriva al 9,7% del Pil e in Tunsia al 4,3%.

(ANSA med)

TUNISIA: SI AGGRAVA DEFICIT ALIMENTARE NEL 2011

TUNISI, 27 APR - Il deficit alimentare tunisino nei primi tre mesi dell'anno ha toccato i 253,4 milioni di dinari (pari a circa 126 milioni di euro), contro i 55,5 milioni di dinari (circa 28 milioni di euro) dello stesso periodo del 2010. Lo riferisce la Tap, citando i dati elaborati dall'Unione tunisina Agricoltura e pesca (Utap).

La situazione viene spiegata con un aumento delle importazioni in agricoltura pari al 53,3 per cento, mentre il tasso di crescita delle esportazioni non ha superato il 11,7 per cento.

A determinare il picco negativo e' stato, soprattutto, il prezzo dello zucchero e del grano (duro e tenero), con aumenti pari al 100 per cento.


(ANSA med)

mercoledì 27 aprile 2011

I sandali del Cairo, Tripoli, Tunisi ...


La situazione nel mondo islamico si evolve con grande rapidità; inutile quindi cercare di stare dietro agli episodi quotidiani e vediamo di guardare le cose ponendole in prospettiva.
Incominciamo affermando che proprio l'evoluzione della situazione (non solo in Libia, ma anche più di recente in Yemen e in Siria) rafforza la nostra convinzione nella correttezza dell'ipotesi di fondo che abbiamo avanzato sin dal primo post su questo tema e che si rifà a posizioni maturate quasi un decennio orsono. Il mondo islamico non è destinato a rimanere per sempre fermo mentre il resto del mondo cambia; può cambiare anche esso e può cambiare in senso "democratico". Di riffe o di raffe, ogni popolo che protesta, insorge o si ribella sembra chiedere la stessa identica cosa: un pelo di libertà in più, un pelo d'oppressione in meno, qualche forma di democrazia rappresentativa che stia in piedi. Il principio di base - che le "libertà borghesi europee" (per usare una terminologia ridicola ma chiara) ed il meccanismo della "democrazia rappresentativa" siano aspirazioni universali e cross-culturali - sembra confermarsi, paese dopo paese, mese dopo mese. Questo l’hanno capito bene i dittatori della regione che, infatti, nelle ultime settimane sono passati a misure molto più dure: 70 morti in un giorno in Siria, spari anche sui funerali, repressione silenziosa ma dura in Algeria, eccetera. L'esempio libico (se colpisci senza pietà forse prendono paura e riesci a tenere in piedi un pezzo di regime) sta avendo i suoi effetti. I tentennamenti euro-USA nell'appoggio alla rivolta libica passano fattura. In ogni caso, l'ammirevole resistenza degli insorti libici ed il coraggio di yemeniti e siriani che manifestano nonostante il regime spari persino sui funerali, mostrano che libertà e democrazia sono, senza dubbio alcuno, "esportabili". La domanda per l'importazione di libertà è forte: il problema è come superare le barriere "storico-culturali" e farlo.
Non vi è alcuna garanzia che il processo avviatosi proceda linearmente, anzi è quasi certo che non procederà linearmente: sarebbe un miracolo se succedesse. Le demenziali discussioni "complottistiche" di alcuni mesi fa hanno lasciato spazio alla constatazione che di vere "rivolte di popolo" si tratta. Organizzazione e pianificazione sono debolissime, non c'è alcuna CIA o potere occulto dietro alle insurrezioni, gli errori e le improvvisazioni dominano la scena. Nonostante usino mitragliatori della seconda guerra mondiale gli insorti libici resistono; questo dovrebbe far riflettere. Ci saranno quindi alti e bassi, ci sarà repressione e qualche paese rischierà di ritrovarsi un nuovo governo peggiore del precedente. È perfettamente possibile che in vari paesi gli insorti si affidino a questa o quella corrente del fondamentalismo islamico, a questa o quella organizzazione religiosa. La transizione europea dal medioevo autocratico alla democrazia liberale contemporanea è avvenuta in un arco di tempo, a farlo il più corto possibile, di duecento anni ed alcuni dei peggiori regimi (Franco, Mussolini, Hitler) si sono visti proprio un attimo prima che il processo imboccasse la dirittura che l'ha portato al suo stato attuale, da molti considerato invidiabile. Non v'è alcuna ragione di pensare, quindi, che i paesi islamici (sottoposti ad oppressione coloniale sino a 50-60 anni fa e rinchiusi da secoli in un impero medievale prima) possano fare miracoli. A molti l'analogia sembrerà sacrilega, ma sarebbe bene rileggersi i libri di storia e comprendere il ruolo che il "fondamentalismo religioso" (francescano, per esempio o, più tardi, gesuita) giocò nell'uscita dell'Europa dal proprio medioevo socio-politico e culturale e nel lento agglutinarsi della "modernità democratico-liberale" che a noi, oggi, pare acquisizione scontata.
Questo aspetto - che stanno saltando tutti i tappi piazzati in Nord Africa e nel Medio Oriente dagli antichi imperi coloniali  e che il "popolo" che ne fuoriesce è un popolo il cui orologio culturale è fermo dai tempi dell'impero ottomano - viene scarsamente considerato nella stampa ed anche dai cosidetti "esperti", ma è rilevante. È rilevante perché non si può escludere non solo che le ribellioni in corso generino regimi politici "spontanei" che potrebbero essere anche più oppressivi dei precedenti ma anche che, in alcune istanze, vengano messi in discussione i confini in essere di un dato paese (questa possibilità è plateale in Libia, ma potrebbe emergere anche nella penisola araba, in Siria e, dovessero cambiare le cose, in Giordania ...).
Ciò che occorre riconoscere, in una prospettiva di lungo periodo, è che la sistemazione che l'Europa e gli USA avevano trovato per il mondo islamico dopo la fine della seconda guerra mondiale ha fatto il suo tempo (ammesso e non concesso che mai fosse stato il suo tempo) e che essa è, con molta probabilità, una delle cause fondamentali sia dell'arretratezza socio-economica islamica che della crescita del cosiddetto fondamentalismo religioso in salsa anti-occidentale. Poiché il flusso imparabile di immigrati che sbarcano in Europa partendo da quei paesi altro non è che il prodotto dell'arretratezza e del fondamentalismo, occorre avere il coraggio di sottolineare che, se l'immigrazione del "moro" infastidisce, non abbiamo da ringraziare che noi stessi, i nostri governi e la nostra politica estera la quale, da Islamabad a Rabat ed oltre verso il Sud, ha imposto prima ed appoggiato poi i regimi che tale arretratezza e tale fondamentalismo hanno causato e coltivato. Gli arrangiamenti post-coloniali sono, in effetti, durati più di quanto sarebbe stato legittimo aspettarsi e non è nemmeno detto che questa ondata d'insurrezione finisca davvero per spazzarli tutti via, anzi. Ciò che essa mostra, però, è quanto instabili e rischiosi siano e quanto poco saggia risulti essere, nel lungo periodo, la politica di pelosa ed interessata amicizia che con essi abbiamo praticato ed ancora, in molti casi, andiamo praticando.
Il problema drammatico è che, al momento, non esiste una organica politica estera che possa essere suggerita quale alternativa a quella sino ad ora seguita. Si tratta insomma di elaborarne una nuova mentre, al contempo, si gestisce alla meno peggio la crisi in corso a mezzo d'improvvisazioni sull'antica. Questa sembra a noi la maniera più adeguata di interpretare il comportamento sia di Obama che di Sarkozy che di Cameron; meno quello di Merkel, totalmente dominata (almeno sembra) da problemi interni. Berlusconi e Frattini (ma anche Bersani e D'Alema) ovviamente a questo livello non esistono; non sarebbe nemmeno il caso di nominarli se non per ricordare che non è per caso non vengano invitati alle teleconferenze in cui si decide. D'altra parte, un paese in cui, da destra a sinistra, le uniche analisi che circolano su Medio Oriente, Nord Africa e Libia in particolare, sono di tipo complottistico-revanscista, non ci sembra un paese su cui valga la pena fare affidamento. Correttamente, il mondo occidentale ignora l'Italia. Facciamolo anche noi, ed andiamo avanti con il ragionamento.

Il quale implica che non solo occorre ri-disegnare l'intera politica dell'occidente verso il mondo islamico, superando la fase post-coloniale secondo cui i goat fuckers altro non intendono che tanto bastone e poca carota, ma che occorre anche porsi (sì, lo sappiamo, storia vecchia) il problema del nostro ultimo residuo post-coloniale: Israele. In un Medio-Oriente che cambia faccia ed in cui i regimi esistenti saltano o si alterano, difficile pensare ad una situazione israelo-palestinese che rimanga ferma dove è da circa 50 anni. Ci sarà presto, osiamo predire, una nuova intifada che potrebbe essere, al contempo, contro Israele e contro i governanti palestinesi, sia a Gaza che nella West Bank. Qualcuno - meglio tardi che mai - se ne è reso conto. Altri, specialmente i protagonisti principali, sembra non l'abbiano inteso. Fra quei protagonisti principali dovrebbe esserci l'Italia (che non ci sarà, non abbiate timore) ma sarà forzata ad esserci l'UE. Vediamo quanto ci mettono Cameron e Sarkozy a disfarsi dell'inutile minus habens che al momento dovrebbe occuparsi di questa ed altre faccende. Certo che, seppur sia triste riconoscerlo, ce n'è anche all'estero che potrebbero fare una grande carriera politica in Italia ...

Riassumendo: the times they are a'changin. Le vecchie certezze post-coloniali non sembrano più essere utili ed una nuova politica di "support to export" libertà e democrazia nel mondo islamico deve essere elaborata in corso d'opera. Ossia finché le insurrezioni e le proteste avvengono. Questo è vero anche se ci sono segni, chiari, di un rafforzamento del fondamentalismo islamico in tutta la regione; anzi proprio per questo. Il mantenimento forzoso delle popolazioni islamiche in condizioni "pre-moderne", a mezzo di regimi post-coloniali di tipo oppressivo, per evitare d'affrontare il "rischio islamico" non solo non regge ma rende l'esplosione religiosa più rischiosa di quanto potrebbe altrimenti essere. In Egitto, per esempio, le due organizzazioni che sono sopravvissute alla fine del regime di Mubarak sono l’esercito e la Fratellanza Musulmana. Una alleanza fra le due sarebbe disastrosa. Nel referendum del 19 marzo l’alternativa era fra un sì a modesti cambiamenti costituzionali ed il no a qualsiasi cambiamento. La cosa più importante era quello che mancava, una riforma del carattere quasi dittatoriale della presidenza. Il sì ha vinto con l’appoggio dell’esercito e della Fratellanza. Ma questo rischio c’era e si sapeva; ci sarà e sarà forte negli anni futuri. Ancora più forte potrebbe essere il rischio d'una presenza religiosa fondamentalista in Yemen, ora che sembra essere saltato l'ennesimo tappo. La risposta vera a questo rischio la può dare solo la storia: noi siamo disposti a scommettere (come di fatto l'Iran prova, non disprova) che la domanda di libertà e democrazia emergerà anche da sotto il fondamentalismo, se ad essa si offre una sponda. Senza aspettare che la storia faccia il suo corso o, forse, per agevolarlo, un intervento politico deciso di parte occidentale, laddove risulti possibile, ci sembra la politica più raccomandabile. Avessimo agito rapidamente in Libia, Gheddafi sarebbe fuori scena da tempo. Stare alla finestra a guardare cosa accade in Siria non ci sembra oggi la politica più saggia e lo stesso vale per Algeria e Tunisia.
Inventarsi una nuova politica estera che ribalti un orientamento epocale mentre i popoli in movimento cambiano i fatti sul terreno è impresa estremamente ardua, lo intendiamo bene. Ma la realtà dei fatti è che quella precedente (chiamiamola "colonialismo by proxies") ha fatto così tanto il suo tempo da diventare dannosa, mentre le pseudo-teorizzazioni neo-suprematiste di un clash of civilization sfarinano la loro inconsistenza davanti a milioni di musulmani che, a costo della propria vita, chiedono libertà, elezioni, democrazia, sviluppo economico.
È tempo di pensare a mente aperta, per chi una mente ce l'ha.



www.noisefromamerika.org

martedì 26 aprile 2011

Intervista a afriradio.it

Domani alle 13:00 su www.afriradio.it intervista sulla situazione in Tunisia e sul Blog "Vivere in Tunisia".
Successivamente, giovedi, la puntata in questione sarà presente anche sul nostro blog.

Perché la rivolta in Algeria sembra già finita?



Perché la rivolta in Algeria sembra già finita
A metà gennaio, l'Algeria fu il primo paese del Maghreb dal quale ci giunsero notizie di rivolte in corso. Col propagarsi delle sommosse nel resto della regione, il Paese è stato di fatto scomparso dai media, eclissato dai ben più noti sconvolgimenti in Tunisia e Egitto prima, e della guerra in Libia poi.
Una mirata combinazione di bastone e carota hanno consentito al presidente Bouteflica di restare in sella sedando le rivolte. Almeno per ora.
Conclusa la fase calda delle sommosse, infatti il governo ha varato una serie di misure sociali volte soprattutto alle classi più povere: stanziamento di fondi per sussidi alimentari, trasferimenti di denaro e mobili per le famiglie povere in 14 regioni isolate, aumenti retributivi a cancellieri e funzionari comunali, incentivi all'iniziativa privata offrendo ai giovani imprenditori prestiti senza interessi e l'esenzione fiscale per tre anni. Inoltre, il presidente ha anche revocato lo stato di emergenza dopo 19 anni.
Provvedimenti più o meno dello stesso tenore di quelli annunciati da Mubarak in Egitto o da re Abdullah in Arabia Saudita, senza però riscuotere successo. Come mai in Algeria la situazione pare essersi stabilizzata?
In linea di massima, per quattro ragioni.
1) L'Algeria ha un tessuto sociale frammentario, che le guerre civili negli anni Novanta hanno contribuito a sfilacciare ulteriormente. Solo parte del popolo sembra condividere le ragioni delle rimostranze. Le proteste nazionali hanno mobilitato soltanto poche migliaia di manifestanti, dunque una massa gestibile da parte delle forze di sicurezza. Più copiose sono state le manifestazioni di particolari gruppi, come le associazioni dei lavoratori petroliferi, i dipendenti della sanità pubblica, studenti e disoccupati. Proteste specifiche, come quella contro la riforma universitaria a partire da metà febbraio o lo sciopero a tempo indeterminato da parte dei medici negli ospedali pubblici, sono stati in grado di mobilitare più persone rispetto alle manifestazioni contro il regime.
2) A parte le norme che limitano il diritto di manifestare e le restrizioni imposte sia ai sindacati indipendenti che alle organizzazioni dei diritti umani, l'opposizione sconta il fatto di essere molto divisa al suo interno. L'esperimento di una coalizione ad hoc - il Coordinamento Nazionale per il cambiamento democratico (CNCD in francese) – promossa nel mese di gennaio per chiedere un cambiamento attraverso un programma di riforme, per ora non sta funzionando. Aldilà delle manifestazioni organizzate, il sodalizio non è finora stato in grado di avanzare alcuna proposta condivisa. Troppi disaccordi al suo interno ne stanno paralizzando la capacità propositiva. Si è venuta a creare una spaccatura tra sindacati e ong da un lato e partiti politici dall'altro, incapaci di mobilitare il popolo sotto la spinta di motivazioni comuni.
3) L'Algeria può vantare un forte apparato di sicurezza. Negli ultimi anni, il Paese è passato da 50.000 agenti di polizia a metà degli anni 1990 agli attuali 170.000. Ufficiali sono ben pagati (circa i due terzi in più rispetto alla media degli altri dipendenti pubblici) e godono di buone prospettive di carriera, il che rende improbabile una rivolta contro il governo.
Inoltre la loro tattica di dividere i manifestanti in piccoli gruppi si è rivelata vincente, consentendo alle forze in campo un'efficace gestione dei sommovimenti di piazza. La prova è data dalla circostanza che in Algeria, a differenza del resto della regione, la polizia non ha esercitato (troppa) violenza sulla folla.
4) Analogo discorso vale per l'esercito. I militari in Algeria sono ben integrati nella sfera politica del Paese, a differenza di quelli in Tunisia o in Egitto. L'esercito conta circa 140.000 membri attivi e 100.000 riservisti, e ha sempre svolto un ruolo di primo piano negli affari interni di Algeri. Tutti i presidenti di Algeria sono stati sostenuti dall'esercito. Lo stato di emergenza, recentemente revocato dopo quasi un ventennio, ha contribuito a rafforzare l'autorità dei militari del Paese, al punto che molti ufficiali sono ora a a capo delle più grandi aziende del settore pubblico, dando loro accesso privilegiato ai settori strategici dell'economia. È facile intuire che l'esercito non abbia alcun interesse a passare dalla parte dei manifestanti.
Non è detto che l'Algeria sia ormai al riparo dall'onda lunga del rinnovamento. Gli sconvolgimenti nella regione potrebbero comunque portare ad effetti inattesi. Ma lo spettro delle guerre civili negli anni Novanta, che secondo alcune stime hanno causato oltre 120.000 morti, sono ancora impressi nella mente delle persone, e i timori di un nuovo periodo di violenze e di insicurezze appaiono prevalere sulle rimostranze economiche e sociali.
La voglia di cambiamento, pur diffusa nella popolazione, paga la realtà delle divisioni interne nella società algerina. Nonostante le manifestazioni sporadiche e gli inviti al cambiamento da parte di personalità politiche e intellettuali, in Algeria un movimento unificante che trascenda tali divisioni è ancora aldilà dal venire.

www.agoravox.it

Sì a bombardamenti mirati sulla Libia

Silvio Berlusconi ha dato il via libera al bombardamento della Libia da parte degli aerei italiani. Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio lo ha annunciato in una telefonata al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il quale ha espresso «grande apprezzamento dopo la decisione dell'Italia di autorizzare missioni aria-terra contro obiettivi del regime libico». I due leader si sono trovati d'accordo sul fatto che «una pressione supplementare è necessaria per rafforzare la missione di protezione dei civili» in Libia.

POSIZIONE ITALIANA - Si tratta comunque di una modifica della posizione italiana, in quanto il 15 aprile in Consiglio dei ministri Berlusconi era invece orientato a escludere il coinvolgimento italiano nei bombardamenti della Libia. Ma negli ultimi giorni, come ha spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è maturata in seno al governo la considerazione di cambiare la natura della missione «perché la situazione a Misurata è diventata terribile». Dopo il vertice a Berlino e una serie di incontri, prosegue La Russa, «Berlusconi ha avviato una riflessione che è sfociata nella decisione comunicata a Obama». Il ministro riferisce inoltre che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, era stato avvertito prima che fosse diffusa la nota ufficiale.

OBIETTIVI MIRATI - L'Italia accoglie così l'appello lanciato dalla Nato agli alleati e Roma risponde con il sì «ad azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati per proteggere la popolazione civile libica, nei limiti delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu e in assoluta coerenza con quanto autorizzato dal Parlamento». I ministri degli Esteri e della Difesa sono pronti a riferire davanti alle commissioni congiunte Esteri-Difesa, prosegue la nota ufficiale. «Non saranno bombardamenti indiscriminati, ma missioni di precisione su obiettivi specifici», precisa La Russa, sottolineando che l'obiettivo è quello di «evitare ogni rischio di colpire la popolazione civile. Prima facevamo una parte nella squadra e ora ne facciamo un'altra. Non ci sono più rischi o meno rischi, né per i militari né per il Paese». Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha precisato che la decisione italiana è la «naturale prosecuzione di una missione che non cambia» ed è la risposta del governo a una precisa richiesta dei ribelli di Bengasi. «Diamo il benvenuto all'annuncio che l'Italia ha deciso di fare un passo in più», ha detto un responsabile dell'Alleanza Atlantica.

REAZIONI - La nota di Palazzo Chigi ha provocato reazioni contrastanti all'interno del mondo politico. «Il mio voto non l'avranno mai», ha affermato il leghista Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione, chiarendo però che non ci sarà una crisi di governo su questo tema. «Resto contrario a qualunque intervento in Libia. Abbiamo già fatto abbastanza mettendo a disposizione le basi, l'appoggio logistico e il pattugliamento anti-radar. Personalmente non avrei dato neanche questa disponibilità se non in cambio di un concreto concorso degli alleati al respingimento dei clandestini e alla condivisione dei profughi». Sulla stessa posizione di Calderoli il collega leghista Castelli. Calderoli ha poi detto che « riproporrà in Consiglio dei ministri» la questione dell'intensificazione dell'intervento italiano in Libia. Di parere simile a Calderoli e ai leghisti anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi che, in un'intervista a «La Stampa» spiega: «L'intervento in Libia è completamente sbagliato, i presupposti sono e restano del tutto infondati. Secondo questa logica assurda avremmo più motivi per bombardare la Siria dove Assad massacra i manifestanti e rappresenta una parte di popolazione molto inferiore a Gheddafi».
«La dichiarazione di Calderoli apre di fatto la crisi di governo», è linvece a lettura di Italo Bocchino, vice presidente di Fli, ma il suo capogruppo, Benedetto Della Vedova, precisa che «Futuro e libertà, come ha già fatto a suo tempo, manterrà anche questa volta un atteggiamento responsabile nell'interesse dell'Italia». «Di nuovo il governo ha mentito agli italiani», ha detto Massimo Donadi, capogruppo di Idv alla Camera. «Avevano detto che non avrebbero mai bombardato e invece hanno cambiato idea». Per Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del Pd, «il nostro riferimento continua a essere la risoluzione dell'Onu. Se verranno confermati i confini di quella risoluzione il Pd non farà mancare il suo assenso. Quello che troviamo gravi sono le divisioni irresponsabili che continuano a manifestarsi dentro il governo con la Lega che continua a prendere le distanze dalle decisioni di Berlusconi». Per il vicario di Tripoli, monsignor Martinelli, la decisione dell'Italia è una «scelta rovinosa». «Ci vuole prudenza, dialogo e confronto prima di prendere delle decisioni. Evitiamo di dividerci», è l'ammonimento di Luciano Sardelli, del gruppo dei Responsabili, e il suo collega Elio Belcastro dà «sostegno convinto al governo».

FRATTINI - «La risoluzione dell'Onu è chiarissima e in quell'ambito continuiamo ad operare: non occorre alcun voto delle Camere» ha successivamente dichiarato a «La Stampa» il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sulla necessità o meno di un voto del Parlamento per la decisione di Berlusconi. Sulla posizione della Lega Frattini dice: «Si tratta di resistenze che andranno chiarite tra Berlusconi e Bossi. La Lega è preoccupata da un'ondata di immigrazione anomala. Quando sarà chiaro che è Gheddafi ad organizzare i barconi, il dissenso rientrerà. Tra l'altro, quei barconi spinti in mare con ogni mezzo arricchiscono il dossier della Corte penale internazionale contro Gheddafi, perchè sono anche quelli crimini contro l'umanità».

RAID - La Nato nella notte tra domenica e lunedì ha bombardato il quartier generale di Gheddafi a Tripoli provocando tre morti e 45 feriti. Il rais non risulta essere rimasto coinvolto. Le truppe fedeli al colonnello hanno sferrato in mattinata un attacco a Misurata, ma fonti dei ribelli hanno detto che è stato respinto al costo di 30 morti e 60 feriti.






(Corriere della Sera)

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