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giovedì 31 marzo 2011

Libia, gli italiani cacciati nel 1970: "Vedere Tripoli bombardata è bruttissimo"

Roma - (Adnkronos) - Comune il sentimento tra gli italiani espropriati e allontanati dal Paese: "L'intervento Onu è solo una corsa al petrolio, che di umanitario non ha nulla" dice Stella Fichera, nata nella capitale libica 59 anni fa. E Angelo Redigolo, 69 anni, le fa eco: "Quella di Gheddafi è sempre stata una dittatura che andava bene a tutti, l'intervento dell'Onu non ha nulla di umanitario". Diverso il giudizio di Alberto Soldati: "E' utile ad evitare un massacro"

Berlusconi: a Tunisi chiedo stop partenze

(ANSA) - ROMA, 31 MAR - Berlusconi sara' lunedi' in Tunisia dove chiedera' alle autorita' del Paese un impegno per lo stop alle partenze degli immigrati, la disponibilita' per il rimpatrio di parte dei clandestini e il controllo delle coste. E quanto emerso dal vertice interministeriale a Palazzo Grazioli dove si e' anche discusso dell'emergenza a Lampedusa. Si apprende inoltre che tutti i clandestini saranno trasferiti in luoghi diversi in Italia dove saranno assistiti in apposite strutture.



Gheddafi: "Se andremo avanti entreremo in una vera crociata"

Tripoli, 31 mar. - (Adnkronos/Aki) - "Se questa guerra continuerà, si potrebbe creare una situazione pericolosa, fuori controllo". E' con queste parole che si conclude la dichiarazione rilasciata oggi dal colonnello Muammar Gheddafi all'agenzia di stampa libica 'Jana'.


"Hanno dato vita a una guerra tra musulmani e cristiani nel Mediterraneo e hanno violato il diritto internazionale - ha affermato il Colonnello riferendosi ai leader occidentali che partecipano alla Coalizione dei volenterosi - portando distruzione nel Mediterraneo e in Nord Africa e provocando molti morti civili in Libia. Ci hanno colpito con la follia della forza, imponendo la legge della forza sulla forza del diritto".

Parlando sempre ai capi di Stato occidentali, Gheddafi ha aggiunto: "queste stesse persone hanno provocato la distruzione degli interessi tra il popolo libico e i loro popoli. L'unica soluzione e' che si dimettano, i loro popoli devono trovare dei sostituti, dei nuovi presidenti che rispettino i rapporti tra i popoli e che comprendano il significato delle relazioni internazionali e del diritto internazionale. E che non credano nelle crociate, perche' se questa guerra continuera' entreremo in una vera guerra crociata, che potrebbe dare vita a una situazione pericolosa, fuori controllo, che loro stessi non sono in grado di gestire per il grado di distruzione che potrebbe provocare".
 
 
 

RIVOLTE: SOCIAL NETWORK STRUMENTO DEMOCRAZIA IN MEDITERRANEO

(ANSAmed) - MADRID, 31 MAR - I network e le reti sociali hanno svolto "un ruolo importante ma non da protagonista" nelle rivolte per la libertà nel Mediterraneo, per cui "non vanno considerate come qualcosa di sacro". E' una delle conclusioni tratte dalla direttrice di Casa Araba, Gema Martin Munoz, citata dall'agenzia Europa Press, al VI Incontro sui diritti umani nel Mediterrano, che si conclude oggi a Granada. Organizzato dalla Casa Araba, dalla Fondazione Pablo Iglesias, dalla Fondazione tedesca 'Friedrich Ebert, dalla francese Jeran Jaures, in collaborazione con la Fondazione euroaraba di alti studi, il seminario ha visto la partecipazione di ricercatori, analisti, accademici e blogger provenienti dai Paesi arabi. Molti dei relatori hanno concordato sul fatto che le nuove tecnologie dell'informazione hanno contribuito a sfatare un luogo comune: "Hanno rotto lo stereotipo della presunta incompatibilità fra la democrazia e i musulmani", ha osservato la Martin Munoz. D'altra parte, il professore tunisino, Larbi Chouikha, ha sottolineato che nel paese magrebino, oggi come oggi "Facebook è il principale attore pubblico", fino al punto che le nuove autorità annunciano le proprie decisioni direttamente attraverso le reti sociali, per sondare la reazione della gente. Ed ha ricordato il caso della nuova ministra tunisina della cultura destituita dopo che, attraverso Facebook, è diventato di dominio pubblico il suo appoggio dato - dieci anni fa - all'ex presidente tunisino Ben Alì. (ANSAmed).

Com'é cambiata la Tunisia in 3 mesi?

Cambiare mentalità non é semplice per nessuno, soprattutto quando si esce da una situazione di dittatura durata 23 anni. Le persone si erano abituate a vivere in una Tunisia svuotata, chi stava al potere non ha solo mangiato tutto quello che c'era da mangiare, di fatto ha sostituito la popolazione in tutte le sue funzioni date in una normale società democratica.

L'unica cosa da fare era rispettare i comandi dall'alto e non fare niente, quei 23 anni di niente si sentono ancora nell'aria. L'ho riscontrato per esempio nei media, da un giorno all'altro si é passati dall'idolatrare il presidente a fare del giornalismo contro tutto il regime, ma non per attaccarlo sul serio, più che altro per salvare la faccia o il posto di lavoro, in alcuni casi addirittura come Nessma  tv, di conquistare più potere possibile per influenzare la prossima campagna elettorale.

Coloro che credono veramente nella rivoluzione e nella possibilità di un vero cambiamento ormai sono rimasti in pochi e più si andrà avanti e più si perderanno per strada. Tra l'altro chi ha veramente generato questa rivoluzione, il popolo di Sidi Bouzid, continua a rimanere arrabbiato e continua a rimanere nella stessa condizione di prima.

Certo un sistema cosi' radicato nel territorio non potrà essere smantellato nel giro di pochi mesi, ma di certo queste cose vanno denunciate sempre, perché si rischia veramente, con tutta la confusione in giro, di perdere di vista la vera ragione per cui é nata la rivoluzione, ossia dare a tutti la possibilità di avere una condizione di vita stabile e dignitosa, soprattutto nelle zone centrali della Tunisia, dove la disoccupazione e la povertà sono un problema grave per la maggior parte dei giovani.



Paolo Lo Iudice

Nato prende sul serio notizie vittime civili

NAPOLI (Reuters) - La Nato sta prendendo sul serio le notizie sulle perdite di civili durante i bombardamenti occidentali in Libia. Lo ha detto oggi il comandante delle operazioni dell'Alleanza.
Il vicario apostolico a Tripoli ha detto oggi ad un'agenzia di stampa cattolica, citando testimoni, che almeno 40 civili sono rimasti uccisi nei raid aerei sulla capitale.
"Sono al corrente di questo rapporto della stampa, stiamo investigando il caso e vi faremo avere dettagli. Prendo in seria considerazione ogni aspetto di questo problema", ha detto il luogotenente generale canadese Charles Bouchard.
"Prestiamo molta attenzione nel raggiungimento di tutti i nostri obiettivi. Abbiamo delle regole di ingaggio molto severe e stiamo operando all'interno del mandato delle Nazioni Unite".

Acquisizione del 51 percento di Orange da parte dello Stato Tunisino

Il governo tunisino ha rilevato il 51 percento di Orange Tunisia appartenente prima all'imprenditore Marwan Mabrouk e alla figlia Cyrine del presidente deposto Ben Ali.

France Telocom fa sapere che niente cambierà a livello dirigenziale e operazionale e Orange Tunisia potra continuare il suo bussiness senza problemi. Il governo tunisino ha messo in pieni una commissione di inchiesta che avra il compito di decidere in 6 mesi come impiegare tutti i beni sequestrati all'ex famiglia del presidente deposto.

Il 51 percento di Orange verrà poi venduto ad un terzo acquire o sul mercato azionario. Un' acquisto totale da parte di France Telecom non é possibile in quanto il contratto di licenza prevede l'impossibilità di prendere tutto il controllo di Orange Tunisia fino ad Aprile 2014.



www.telecompaper.com

Gli Sgommati - Puntata 43 - Amazzoni, ricotta, pizzini: Aldo e Cassano scovano Gheddafi




Lampedusa - Tunisini in corteo puliscono le strade e ringraziano gli isolani



Berlusconi e Gheddafi proprietari 25% Nessma TV

L’articolo, dal titolo «Berlusconi si associa con Gheddafi e compra il 25% di una televisione tunisina» ed a firma di Miguel Mora, è apparso sul quotidiano spagnolo El Paìs. La traduzione è stata curata da Italiadall’Estero.
Lo scorso agosto il capo del governo italiano ha concesso un’intervista a Nessma TV in cui ha sottolineato l’importanza di fare «buoni ‘casting’ femminili».
L’oscuro trattato bilaterale di amicizia firmato a Bengasi (Libia) nell’agosto del 2008 da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi è stato fino ad ora controverso a causa del chiaro baratto di gas e petrolio con gli immigrati clandestini, che l’Italia ora restituisce alla Libia non rispettando il diritto di richiedere d’asilo. Una piccola notizia secondaria, apparsa a giugno scorso, era passata quasi inosservata. Si tratta dell’acquisto, da parte della compagnia libica Lafitrade, del 10% di Quinta Communications. La Lafitrade, con sede olandese e controllo libico, porta alla famiglia Ghedddafi attraverso la Lafico.
Quinta Communications è un’azienda produttrice e distributrice fondata nel 1990 dal finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, socio e amico intimo di Silvio Berlusconi. La principale società finanziaria del Cavaliere, Fininvest, possedeva alla fine del 2008, il 29,67% delle azioni di Quinta attraverso la sua struttura lussemburghese Trefinance. Dopo l’aumento del capitale, Berlusconi mantiene circa il 22%.
La notizia dell’accordo privato tra Berlusconi e Gheddafi è stata ora ripresa da The Guardian, che sottolinea lo “sconcertante conflitto di interessi” e “un interesse comune in affari altamente discutibile”. Durante la sua ultima visita a Tripoli, un giorno prima dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della rivoluzione di Gheddafi, Berlusconi ha sondato, un po’ per scherzo, un po’ sul serio, la disponibilità del leader libico, su una possibile acquisizione del Milan con fondi controllati dal colonnello.
Tarak Ben Ammar che è stato consigliere di Mediaset e ora è consigliere di Mediobanca (con Marina Berlusconi, figlia maggiore del primo ministro italiano) e di Telecom (principale azionista della televisione privata La 7), è stato uno dei grandi promotori dell’accordo tra Libia e Italia. Il 10 giugno, Ben Ammar ha partecipato alla cena di gala offerta da Berlusconi a Gheddafi durante la sua visita a Roma. Mesi prima, a febbraio, Ben Ammar aveva partecipato insieme al presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, ad un incontro ufficiale con una delegazione libica presieduto da Berlusconi.
Secondo The Guardian, Quinta Communications e Mediaset, l’impero televisivo di Berlusconi, hanno acquisito entrambe il 25% della nuova televisione satellitare maghrebina Nessma TV. Sabato Ben Ammar ha spiegato che Nessma TV è di proprietà sua e di Berlusconi al 25% e di due soci tunisini per il restante 50%. L’entrata di Gheddafi in Quinta Communications, ha spiegato, è avvenuta solo perché “è interessato a produrre film sul mondo arabo”.
Il 23 agosto, Berlusconi ha visitato Tunisi (dov’è stato girato Baaria, la superproduzione della casa di produzione Medusa, di sua proprietà, che ha debuttato ora a Venezia), e ha rilasciato una lunga intervista in francese a Nessma, in cui ha segnalato che il suo Governo “ha il cuore aperto verso gli immigrati, gli offre casa, lavoro, scuola e ospedali”. Ha definito la televisione come “il grande veicolo di democrazia per influire sulle masse” e ha sottolineato l’importanza di fare “buoni casting femminili”, materia su cui, ha spiegato, ha “grande competenza”. Prima di andare via, ha chiesto il numero di telefono alla presentatrice.


minitrue.it (Articolo 16 Settembre 2009)

LIBIA: New York Times, AGENTI CIA E MI6 AFFIANCANO RIBELLI

(AGI) New York - In Libia operano da diverse settimane agenti della Cia che tengono i contatti con i ribelli e raccolgono informazioni sulle forze di Muammar Gheddafi. Lo ha scritto il sito del New York Times, dopo che Abc News aveva dato notizia che Barack Obama ha emesso un ordine presidenziale che autorizza operazioni segrete dell'intelligence Usa nel Paese nordafricano "a sostegno" delle operazioni in corso. Al fianco della Cia, ha riferito il quotidiano della Grande Mela, ci sarebbero anche "decine di agenti" dell'MI6 britannico che collaborano nella raccolta di dati sull'armamento delle forze di Gheddafi e sugli obiettivi per raid aerei e bombardamenti.





 

IMMIGRATI: MARONI, CLANDESTINI ANCHE NELLE REGIONI DEL NORD

(AGI) Roma - "Tutte le regioni tranne l'Abruzzo sono chiamate a dare il loro contributo, se Tunisi si riprendera' tre, quattro o cinque mila tunisini il problema non si porra', altrimenti il piano e' pronto e nessuno puo' chiamarsi fuori dalla gestione dell'emergenza", "compreso le regioni del nord e quelle amministrate dalla Lega". Lo dice Roberto Maroni al termine del Cdm.

Ben Arous: Più di 8 MD per il rafforzamento delle infrastrutture

Ben Arous, 30 Marzo 2011(TAP) - Molteplici progetti per il consolidamento delle infrastrutture sono in corso di realizzazione nel governorato di Ben Arous.

I lavori dell'ultima trancia del progetto di costruzione di un ponte sotto l' Oed Meliane, a livello della statale n°3, sono pariti con un finanzamento di più di 2,8 milioni di dinari.

Inoltre, sono stati progettati dei lavori per la creazione di un passaggio sotterraneo  a livello della statale n°34 collegante Mornag e Ben Arous, e lq costruzione di una strada collegante l'uscita sud alla strada locale n°561. Costo totale dell'operazione 5,3 milioni di dinari.

Nello stato quadro, dei lavori di miglioramento sono in corso di realizzazione a livello della statale n°1 e della strada regionale n°35, collegante Mornag a Jebel Ersass.




TUNISIA: MAGISTRATI SCIOPERANO PER PROBLEMI SICUREZZA

(ANSA) - TUNISI, 31 MAR - Sciopero a sorpresa, oggi e domani, dei magistrati tunisini. La protesta, sollecitata dal sindacato tunisino delle toghe, costituito pochi gironi fa, e' stata decisa per sollecitare l'attenzione delle autorita' sul problema delle sicurezza che investe alcuni tribunali del Paese e delle minacce che, quotidianamente, vengono subite da molti magistrati. (ANSA)

Libia: chi è Mussa Kussa, il ministro disertore

11:54 - "L’inviato della morte" è il soprannome affibbiato a Mussa Kussa, l’ex 007 di Gheddafi e suo ministro degli Esteri, che ieri ha disertato a Londra. Dal 2009 ricopriva la carica di capo della diplomazia libica, ma in realtà è nato e cresciuto nei servizi segreti. Nato attorno al 1949 si è laureato in sociologia nel 1978 all’università del Michigan. Parla bene inglese, ma nelle ultime conferenze stampa con i giornalisti internazionali, sotto le bombe della Nato, ha fatto sempre finta di conoscere solo l’arabo.
Dopo la laurea viene mandato in Europa come uomo della sicurezza nelle ambasciate libiche, in pratica una spia. Nel 1980 è nominato ambasciatore proprio a Londra. In un’intervista con il quotidiano Times rivela che il governo libico vuole eliminare due oppositori rifugiati in Inghilterra. Subito dopo viene espulso. La sua carriera di 007 non si ferma, neppure davanti ai bombardamenti americani della Libia nel 1986. Dal 1994 diventa il capo dell’intelligence libica e tratta con gli occidentali i dossier più spinosi, come la liberazione dell’agente di Gheddafi responsabile dell’attentato nei cieli inglesi di Lockerbie, che fece esplodere un volo Pan Am uccidendo 270 persone.

Poi negozia con gli americani l’abbandono del programma nucleare libico. Dal 2009 viene nominato ministro degli Esteri e all’inizio dei raid alleati annuncia un cessate il fuoco unilaterale in cui nessuno crede. Il 28 marzo si reca in visita “privata” in Tunisia e qualche giorno dopo parte con un jet privato da Djerba diretto a Londra. Ieri notte il Foreign office britannico annuncia che “l’inviato della morte” si è dimesso da ministro degli Esteri.
 
 
 
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Sollecitazione al rinnovamento carta d'identità

Tunisi, 30 Marzo 2011- Il ministero degli interni ha invitato, sabato, i cittadini tunisini dell'età di 18 anni e i detentori di una vecchia carta di identità nazionale (CIN) a fare domanda per il rinnovamento o l'ottenimento di una nuova carta al fine di poter esercitare il diritto di voto alle prossime elezioni.

Le persone interessate devono recarsi al posto di polizia o di guardia nazionale più vicino muniti dei documenti necessari.


Due giovani ripescati vivi e 12 morti sulle coste di Kerkennah, tentavano la fuga clandestina

Tunisi, 30 Marzo 2011 (TAP)- Due giovani sono stati soccorsi e altri dodici sono stati ripescati morti su un totale di 30 persone. Tentavano, lunedi, tramite una imbarcazione che é naufragata, di passare clandestinamente le frontiere tunisine dalle coste di Kerkennah. Scondo un comunicato reso pubblico martedi dal ministero degli interni i 12 cadaveri sono stai ripescati nel quadro delle operazioni di ricerca congiunte delle unità della marina militare, della guardia costiera e della protezione civile.

Le unità della guardia nazionale di Sfax sono riuscita a fermare i scafisti che sono stati riconosciuti come gli organizzatori delle operazioni di migrazione clandestina.

La guardia nazionale é stata incaricata dell' inchiesta su ordine del pubblico ministero.

Secondo gli investigatori, i giovani hanno preso il largo sulle coste della località di Mahres, zona Sfax.

La loro carretta ha naufragato sulle coste di Kerkennah a causa delle pessime condizioni metereologiche e dell'ignoranza degli emigranti clandestini sulle norme e regole della sicurezza di navigazione e marittima.

Inoltre non hanno emesso nessun segnale di soccorso anche se l'acqua ha cominciato ad infiltrarsi nell'imbarcazione qualche ora dopo aver lasciato le coste tunisine.



LIBIA: TORNA A SALIRE FLUSSO RIFUGIATI A FRONTIERA TUNISIA

(ANSAmed) - TUNISI, 31 MAR - E' tornato a salire, nelle ultime ore, il flusso di rifugiati dalla Libia al posto di frontiera tunisino di Ras Jedir.

Secondo dati forniti dalla Tap, tra lunedì e martedì sono arrivati piu' di ottomila rifugiati. Si tratta, in maggioranza di marocchini, ciadiani e libici. Alto anche il numero di personale diplomatico accreditato in Libia arrivato a Ras Jedir, da dove cerca di rientrare nei Paesi d'origine.

Per quanto riguarda i cittadini marocchini, il governo di Rabat li sta rimpatriando con un ponte aereo che, tra martedì e mercoledì, ha consentito il rientro di circa 600 persone.



Fermi al confine: la Francia non vuole i migranti delle sue ex colonie

VENTIMIGLIA – In treno non si passa, la polizia francese nelle stazioni di Mentone e Nizza è implacabile. In macchina è molto rischioso: i quattro incastrati nel bagagliaio di una Citroen sono stati ripescati ieri dagli agenti italiani che faticavano a respirare. Restano i piedi. Meno di dieci chilometri dalla stazione di Ventimiglia fino al valico di ponte San Luigi o di San Ludovico, il passaggio lungo il mare, oppure i percorsi di montagna, con la paura degli strapiombi, o ancora la linea della ferrovia, altrettanto pericolosa. I tunisini sbarcati a Lampedusa e arrivati fin qui, all’estremo occidentale dell’Italia, con la speranza di passare Oltralpe ci provano in piccoli gruppi durante tutta la giornata. Alla sera ci provano tutti, una marcia di decine di persone verso la piazza del Municipio e poi in direzione della spiaggia: «In Francia a piedi!».

Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia

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IN COLONNA - Comincia con un po’ di subbuglio al momento del pasto servito dai volontari della Cgil, verso le sette di sera. C’è un uomo anziano venuto da Nizza, uno che di mestiere dice di portare le pecore da una parte all’altra del confine eludendo i controlli di doganieri e veterinari, che li incita a non farsi riprendere dalle telecamere mentre mangiano: «Non è dignitoso». Qualcun altro, meno giovane della massa di ragazzi ventenni, qualcuno che ha conquistato un po’ di autorità in queste giornate di attesa e delusione, li aizza. Si comincia a spargere la voce. Si forma una colonna, si parte. Dopo meno di un’ora saranno convinti a rientrare alla base, in stazione, dove è stata allestita una sala d’attesa speciale.

CAMMINATORI - Oggi aprirà anche un centro d’accoglienza in un’ex caserma dei vigili del fuoco da 70-100 posti letto e con la possibilità, finalmente, di fare anche una doccia. Qualcuno dei camminatori della sera ci aveva già provato. Un ragazzo ben vestito raccontava nel pomeriggio di essere arrivato fino a Nizza e mostrava i piedi dolenti: «Poi mi hanno preso e mi hanno rimandato indietro». Ha un foglio che gli intima di presentarsi alla polizia di Formia, da dove probabilmente è scappato. Il problema continua a essere questo. Da ponte San Luigi in mattinata due ragazzi camminavano in direzione Ventimiglia: erano riusciti ad arrivare a Marsiglia, sono stati presi ed espulsi. Uno prometteva di riprovarci, l’altro era stanco: «Voglio tornare in Tunisia, troppo faticoso».

SUL BINARIO UNO - Nella sede della polizia di frontiera di Ventimiglia, il dirigente Pierpaolo Fanzone è un po’ seccato: «Per noi c’è una mole di lavoro notevolissima che riguarda tutte le attività legate alle riammissioni». Quando la «police» riconsegna i clandestini tunisini alla frontiera italiana (in base agli accordi bilaterali di Chambéry) bisogna prendere le impronte, procedere alla foto segnalazione, chiedere l’intervento della Questura per il provvedimento di espulsione, e così via. Per decine di casi al giorno. I controlli ai valichi sembrano allentati, per non violare gli accordi di Scenghen. E infatti si va a Mentone senza incrociare poliziotti né posti di blocco: solo ragazzi a piedi che chiedono spaesati: «Per di là la Francia?». In quattro superano il confine a San Ludovico, arrivano sulla spiaggia, una signora li avvista e chiama la polizia. Uno riesce a scappare, gli altri tre vengono catturati. Nessun agente al confine, tutti nei primi chilometri di Francia. Alla Paf, Police aux frontières di Mentone dicono di aver avuto da due giorni l’ordine di non parlare con i giornalisti, ma almeno confermano: «Abbiamo intensificato i controlli». E anche i ragazzi a Ventimiglia lo sanno. Farid, che è arrivato appena ieri da Mineo, seduto al binario uno lascia sfilare tutti i treni per la Costa Azzurra. «Che vado a fare? Mi prendono sicuro…».



(Corriere della Sera)


Libia, scomparso peschereccio italiano

l peschereccio italiano «Mariella», con tre persone a bordo, è scomparso dalla scorsa notte. L'imbarcazione, che è iscritta alla marineria di Siracusa, era impegnata in attività di pesca a circa 50 miglia dalla costa di Bengasi, nel golfo di Sirte. Dall'imbarcazione, secondo quanto riferito a Tmnews da fonti qualificate, è partito un sos con il sistema satellitare collegato al Comando generale delle capitanerie di porto, ma subito dopo si sono perse le sue tracce. Al momento, fanno sapere le fonti, nessuna ipotesi viene scartata, neppure quella di un sequestro.

Berlusconi su Nessma TV





Dall'Iraq a oggi, storie di giornalismo di guerra

16:11 - “La guerra del Golfo non è mai esistita”: così s’intitolava un intervento del filosofo francese Jean Baudrillard. Per lo studioso la notte di Bagdad bombardata dagli aerei della Nato fa parte di un’altra dimensione. Così come le corrispondenze del giornalista Peter Arnett per l’emittente tv americana Cnn, il generale Norman Schwarzkopf mitico “orso del deserto”. Nel paradosso culturale di Baudrillard tutto l’immaginario legato alla prima guerra del Golfo, il Kuwait invaso dall’Iraq di Saddam Hussein, le truppe nel deserto, i caccia che bombardano, i missili della contraerea fanno parte solamente di un immaginario televisivo.
La prima guerra del Golfo (agosto 1990- febbraio 1991) è stato il primo vero conflitto televisivo della storia. Tutto ciò che è venuto in termini di comunicazione dopo l’operazione Desert Storm (Tempesta nel deserto) è nato nel deserto del Kuwait all’alba degli anni Novanta. L’impatto mediatico delle forze militari americane, i giornalisti aggregati alle truppe, la potenza devastante del bombardamento di una città in diretta tv, i nomi dei missili diventati familiari dopo essere entrati nelle case della gente (gli Scud, i Patriot, i Tomahawk). Tutto nasce da lì. Tutto si sarebbe ripetuto nelle guerre successive.
L’ultima crisi libica appare come lo specchio deformante delle degenerazioni della dimensione mediatica della guerra. Basti dire che la parola stessa, guerra, è diventata “politicamente scorretta”. Bisogna usare “intervento umanitario”, “operazione di peacekeeping”, “raid aerei”. È scomparsa così una parola carica di significati tragici e terribili, ma radicata nell’identità storica del Novecento. La Libia è una “guerra non guerra”. Nel senso che i pochissimi giornalisti che riescono a raccontare cosa stia accadendo tra Tripoli e Bengasi, non possono che dare un quadro parziale di quanto stia accadendo. Ma sono l’unica fonte possibile in questo contesto.
Alcuni grandi giornalisti italiani si sono recentemente trovati alla presentazione del libro dell’inviata di guerra Stella Pende (Mediaset e Panorama) “Confessione reporter”. Occasione propizia per parlare proprio della guerra dei media che si sta combattendo in Libia, oltre a quella reale tra il colonnello Gheddafi e i ribelli. Il valore della testimonianza è assolutamente imprescindibile per uno dei più grandi inviati di guerra del giornalismo italiano, Ettore Mo, storico inviato del Corriere della Sera: “In questi casi l’unica cosa che vale è la testimonianza diretta. Vado in un posto e vedo ciò che accade. Se non ci vado non posso veder nulla e tantomeno scrivere. Non hai nessuna verità da raccontare”. In fondo, però, la disinformazione su una guerra vede tra i responsabili anche i giornalisti. E Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, si spinge a un’autocritica in questo senso: “Ho intervistato Gheddafi in un momento difficile, quattro anni fa. Penso che le cose vere sulla Libia di oggi siano ancora tutte da raccontare. Nella recente vicenda libica noi giornalisti siamo caduti troppo in fretta nella trappola delle veline internazionali”.
Andrea Monti, direttore della Gazzetta dello Sport, si sbilancia invece sulla scelta d’intervenire militarmente nella crisi libica: “È dal giorno uno di questa guerra- dice Monti- che dico sempre, anche in redazione, di non vendere la pelle di Gheddafi fisica o metaforica prima che Gheddafi l’abbia resa alla storia. È una situazione dagli esiti imprevedibili. Bisognerebbe mantenere le posizioni più prudenti su questa crisi. Io, personalmente, credo che l’Italia avrebbe fatto bene a non intervenire in Libia”. La stessa linea dubbiosa circa l’intervento dell’Italia è condivisa da Ilaria D’Amico, giornalista televisiva di Sky e La7: “È complicato capire se in Libia sia in corso una guerra civile tra opposte fazioni o si tratti di un intervento umanitario. Credo che in Italia ci sia una vocazione degli interventi umanitari a targhe alterne, a seconda delle convenienze e delle alleanze”. Invece Giorgio Mulè, direttore del settimanale Panorama, si sofferma sulle fonti delle notizie, spesso unidirezionali: “In Libia si sono date per scontate troppe verità che tali non erano. Troppe cose raccontate e troppo presto, senza verificarle sul campo. Ci siamo fidati troppo di Al Jazeera e Al Arabya. Questo ha provocato un’accelerazione del conflitto e uno smarrimento diplomatico. Dovremmo coltivare più dubbi e meno certezze”. Qualcuno ha parlato delle rivolte che infiammano i Paesi del Nord Africa, ma anche la Siria e lo Yemen come di un 1989 del mondo arabo; cioè la fine di una fase storica. Come Roberto Briglia, direttore della divisione periodici Mondatori, che ricorda: “Stella Pende intervistò Gheddafi nel 1990, all’apice del suo potere e della rappresentatività di un mondo. Oggi non c’è più nulla di quegli anni e quel mondo non riesce più a rappresentarlo nemmeno Gheddafi. Ma il colonnello non è caduto, ma comunque è alla fine di un ciclo. È finito un certo modo di governare i Paesi arabi”. Gabriella Simoni, inviata di punta di Studio Aperto, può offrire un parere più tecnico, dato da una lunga esperienza sul campo: “In Libia ci sono due propagande molto forti, quella del regime di Gheddafi e quella dei ribelli. Quest’apparato non lascia spazio a testimonianze indipendenti, a racconti reali. A Misurata non ce ne sono, a Tripoli il regime mostra solo ciò che vuole; è stato possibile raccontare solo l’arretramento dei ribelli. Per ora l’informazione su ciò che succede in Libia è la somma di queste due propagande. Per ora è impossibile parlare di stragi, di morti, senza la verifica di voci indipendenti dalle parti in lotta”. George Orwell, giornalista-scrittore e grande testimone del Novecento bellico, ha lasciato questa riflessione tra le altre: “Non si tratta di stabilire se una guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai”. Anche mediaticamente, par di capire.
Simone Savoia

mercoledì 30 marzo 2011

Otto immigrati dalla Tunisia, scappati da Bari in un casolare dell'Arcella

Otto clandestini fuggiti da una tendopoli in provincia di Bari sono stati trovati in un casolare abbandonato a Padova. A scovare gli otto, tutti tunisini sbarcati a Lampedusa nel corso dell'ultimo mese, gli uomini della suadra volanti coordinati dal vice questore aggiunto Michela Bochicchio. Nelle prime ore della mattina, in un edificio abbandonato in zona Arcella, gli agenti   hanno rintracciato gli stranieri tunisini irregolari, di cui un minorenne, che dormivano su giacigli di fortuna fatti di stracci. Accompagnati in Questura è stato intimato loro di allontanarsi dal territorio italiano entro cinque giorni, pena l'arresto. Gli otto stranieri sono inoltre stati indagati a piede libero in concorso per invasione di edificio, sette sono stati poi trattati dall’Ufficio Immigrazione  mentre, l’ottavo, minore, è stato accompagnato in una Comunità di accoglienza.
Nel corso delle ultime 24 ore, il Questore di Padova, Luigi Savina, ha disposto una intensificazione dei controlli sul territorio nell’ambito della quotidiana attività di prevenzione e contrasto allo spaccio e al fenomeno dell’immigrazione clandestina.
Una task force composta dagli agenti della sezione Volanti, dalle unità cinofila, dalle pattuglie miste con i militari e con il rinforzo degli equipaggi del Reparto Prevenzione Crimine del Veneto, dall’alba di ieri fino a notte fonda hanno controllato casolari, piazze del centro storico, giardini pubblici, quartieri caratterizzati da maggiori presenze multietniche, kebab, sale giochi e phone center, identificando complessivamente 298 persone, arrestando un cittadino rumeno ricercato in ambito internazionale, indagando in stato di libertà 13 persone per reati riguardanti il patrimonio e l’immigrazione clandestina, controllando 31 esercizi multietnici e 41 veicoli.
Seguiranno nei prossimi giorni ulteriori controlli di prevenzione da parte degli agenti della Questura di Padova.



www.padova24ore.it

AL-JAZIRA, MINISTRO ESTERI AVREBBE LASCIATO IL PAESE

(AGI) - Doha, 30 mar. - Il ministro degli Esteri libico, Moussa Koussa, avrebbe lasciato il Paese: lo ha riferito l'emittente televisiva pan-araba 'al-Jazira', citando proprie fonti non meglio specificate. A Bengasi, principale roccaforte degli insorti, l'indiscrezione diffusa dalla televisione con sede nel Qatar e' stata accolta da scene di giubilo: la folla assiepata davanti a un maxi-schermo allestito nella principale piazza cittadina ha applaudito ed esultato, considerandola un segnale di cedimento del regime di Muammar Gheddafi. In giornata il ministro degli Esteri francese, Alain Juppe', aveva affermato che all'interno della cerchia piu' ristretta di Gheddafi si starebbero registrando "le prime defezioni".

Immigrati/ Amb. Benassi: Da Tunisi "impegno indiscutibile"

Roma, 30 mar. (TMNews) - Da parte del governo tunisino "c'è un impegno politico indiscutibile" per contrastare i flussi migratori diretti alle coste italiane, e "nelle ultime 24 ore c'è stato un miglioramento sostanziale". Lo sottolinea l'ambasciatore italiano a Tunisi, Pietro Benassi. "Certo, soltanto nei prossimi giorni potremo dire se ci troviamo di fronte a un'inversione di tendenza", se cioè il numero di persone bloccate mentre tentano di lasciare la Tunisia via mare avrà finalmente superato quello dei clandestini che sbarcano a Lampedusa e nelle altre spiagge siciliane.

In un'intervista telefonica a TMNews, Benassi assicura che c'è "un atteggiamento tunisino di apertura rispetto anche all'ipotesi di rimpatri consistenti da parte italiana, che verranno negoziati secondo le regole degli accordi bilaterali" fra Italia e Tunisia. "C'è un impegno forte del governo tunisino, che ha visto cambiare lunedì il ministro degli Interni (Farhat Rajhi è stato sostituito da Habib Essid, ndr); so che in queste ore l'esecutivo è impegnato in riunioni di sicurezza in cui Lampedusa è all'ordine del giorno; sono state rafforzati i pattugliamenti lungo le coste" osserva il diplomatico.

In Tunisia, racconta Benassi, i media coprono ormai costantemente "la situazione di autentica drammaticità" dei connazionali sbarcati in Italia. Nella loro missione a Tunisi di venerdì scorso, ricorda l'ambasciatore, i ministri Frattini e Maroni hanno espresso agli interlocutori politici la loro disponibilità a contribuire alle azioni di "contrasto contro i trafficanti di esseri umani". Al governo tunisino, gli italiani hanno fatto poi notare come "questi ragazzi che pure sono in cerca di un futuro migliore, e non sono stigmatizzati per questo, finiscono per dare l'idea di scappare da una realtà che non corrisponde a quella del loro paese, dove non c'è guerra né disordine né caos".

"Fra i vari effetti collaterali" dell'emergenza sbarchi, secondo il diplomatico, c'è insomma una sorta di "contro-pubblicità" per la Tunisia agli occhi degli europei che hanno sempre considerato il paese nordafricano una meta turistica di grande attrattiva. "Al governo tunisino si è fatto notare che i loro sforzi per contrastare il fenomeno migratorio sono importanti anche da questo punto di vista, confidiamo che manterranno fede al loro impegno" dice Benassi.

I commissari Ue all'Allargamento, Stefan Fuele, e agli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, sono partiti ieri per una missione a Tunisi dove resteranno fino a domani. Domani anche Benassi parteciperà con gli altri ambasciatori europei nella capitale tunisina a una riunione in cui i commissari faranno il bilancio della loro visita. Sul braccio di ferro Roma-Bruxelles in materia di gestione dei flussi migratori, l'ambasciatore però preferisce non esporsi: "Registro - si limita a dire - una posizione di crescente richiamo da parte italiana al sostegno di Bruxelles".




TUNISIA: MINISTERO INTERNO, MOSCHEE SIANO SOLO LUOGHI CULTO

(ANSAmed) - TUNISI, 30 MAR - Netta presa di posizione del Ministero tunisino degli Affari religiosi che ha ammonito gli imam a non utilizzare i luoghi di culto per la propaganda politica, invitandoli al rispetto dell'etica nel corso delle loro prediche. Il Ministero, oggi, ha chiesto che venga garantita la neutralita' delle moschee, che non siano sfruttati i luoghi di culto a fini politici, che si eviti di fare propaganda a partiti e che non si inciti all'odio. (ANSAmed).



Lampedusa, il giorno di Berlusconi; «L'isola libera in due-tre giorni»

Il discorso sull'isola
(riprese M. Mandolesi - H24)

MILANO - A Lampedusa è il giorno di Silvio Berlusconi. Il premier atterra sull'isola e fa una serie di promesse agli abitanti martoriati dagli incessanti sbarchi degli ultimi giorni. La prima, la più importante, riguarda proprio la presenza degli immigrati: «Nelle prossime 48-60 ore l'isola sarà abitata solo dai lampedusani». Via tutti i nordafricani, dunque, le quasi seimila persone arrivate negli ultimi giorni. «Abbiamo organizzato sei navi per svuotare Lampedusa e stiamo trattando per una settima» assicura il capo del governo. Gli immigrati saranno «portati in Italia, non solo in Sicilia ma anche in altre Regioni. Libereremo anche il Centro di accoglienza e una nave sarà sempre qui per trasferire i nuovi arrivati».

GLI IMPEGNI ASSUNTI - Le promesse del premier però non si limitano solo al caos sbarchi. Anzi, quello che si consuma sul molo di Lampedusa è quasi uno show. Giacca senza cravatta e camicia scura, microfono in mano e braccia in alto, il Cavaliere snocciola annunci: il Nobel per la Pace per l'isola, una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria perché Lampedusa diventi zona franca, un piano per il turismo che comprenderà una trasmissione di Rai e Mediaset che parli dell'isola in termini entusiastici, un campo di golf e un casinò. «Anche io diventerò lampedusano» ci tiene a precisare il Cavaliere. «Sono andato su Internet e ho comprato una casa a Cala Francese, si chiama "Le Due Palme"» (guarda).

IL TURISMO - «Non credo che una perla come quest'isola possa essere lasciata in queste condizioni». Berlusconi ha in mente una serie di proposte: «A cominciare dal verde, dalle palme da recuperare». Pensa a un capo di golf: «Lo ritengo indispensabile». Ma in prospettiva anche un casinò: «Proprio così», ha risposto a un cronista che gli chiedeva se aveva sentito bene. «Lo ritengo una mossa utile allo sviluppo del turismo sull'isola». Il modello che cita esplicitamente è quello di Portofino. Una delle armi che sarà utilizzato è quella delle tasse: «Stiamo studiando una sospensione di almeno un anno del prelievo fiscale sull'isola».

LA COINCIDENZA DEL PROCESSO BREVE - La prima domanda che i giornalisti gli hanno rivolto, riguarda il processo breve, la norma entrata in discussione proprio nella mattinata di mercoledì alla Camera per ridurre i tempi di prescrizione. Una legge che bloccherebbe buona parte dei processi che ancora lo riguardano. «Non è il caso di parlare qui di questioni diverse dall'emergenza di Lampedusa.- ha risposto il cavaliere - E comunque non si tratta di processo breve, ma di processo europeo, che abbia i tempi decenti come ci chiede l'Europa».

I TUNISINI EVASI - Il premier ha anche chiarito una voce che girava da tempo, ovvero la presenza sull'isola di evasi dalle carceri di tunise, fuggiti approfittando della rivoluzione e approdati in Italia con i barconi che nelle scorse settimane hanno solcato il Mediterraneo: «Sono evasi 13.600 tunisini. Qualcuno è anche qui a Lampedusa. La Tunisia, però, ha confermato che non partiranno più persone»Il premier ha quindi aggiunto: «I migranti che arriveranno sulle banchine del porto di Lampedusa saranno subito imbarcati sulle navi con destinazione Tunisia o altri centri».

PIOGGIA DI CRITICHE - Il discorso del premier sull'isola scatena una pioggia di critiche e le opposizioni insorgono. «Mi sono stufato di questi show...» sbotta Pier Luigi Bersani. «Il miracolo continua...». Il Pd, più in generale, parla di «proteste zittite» e di una vera e propria «manifestazione di regime», e c'è anche chi riserva al capo del governo il soprannome di Silvio La Qualunque. «Berlusconi a Lampedusa è meno convincente di un venditore ambulante di pentole rubate» attacca Felice Belisario dell'Idv mentre per l'Udc quello del premier sull'isola non è altro che «un ennesimo spot».

RIMPATRI E CONTROLLO DELLE COSTE - Tornando agli immigrati, Berlusconi si dice convinto del fatto che siano i rimpatri il miglior modo per fermare l'emergenza. «Riportarli là da dove sono partiti - spiega il premier - sarebbe il segnale più forte per dire "è inutile che paghiamo un prezzo, che affrontiamo dei rischi, se poi ci riportano indietro". Abbiamo ottenuto dal nuovo governo della Tunisia l'impegno alla riaccettazione di tutti i tunisini» che sono giunti clandestinamente in Italia, sottolinea inoltre il presidente del Consiglio. Quanto al controllo delle coste, il capo del governo annuncia di aver ottenuto che vengano controllati i porti per non consentire nuovi sbarchi e ammette di aver adottato misure «anche variopinte» per impedire gli arrivi. «Ve ne dico una - specifica - : abbiamo comprato pescherecci affinché non possano essere utilizzati per le traversate. Così quando sarò fuori dalla politica li userò io per mettere in piedi un'attività per il pesce fresco».

«HO MESSO A PUNTO UN PIANO» - In ogni caso, quello che Berlusconi dialogando coi lampedusani vuole sottolineare sopra ogni altra cosa è che le cose per loro da oggi cambiano perché è lui ad aver preso in mano la gestione dell'emergenza. «Il vostro premier - dice nel discorso a braccio appena sbarcato sull'isola- ha il vezzo e l'abitudine di risolvere i problemi. Fino a ieri non avevo la soluzione al problema chiara e quindi non mi avevate ancora visto. Poi ho messo a punto un piano, già scattato dalla mezzanotte di ieri. Con Tremonti abbiamo trovato i mezzi per la soluzione del problema. Ed oggi eccomi qui raccontarvelo».

«COLORE PORTOFINO» - In conclusione, Berlusconi annuncia l'avvio dell'operazione «Lampedusa pulita», affidata al Genio Civile. «Stiamo ripulendo la collina della vergogna. Ci sono già 140 uomini del Genio civile e se ne aggiungeranno altri» spiega. «Ho un piano colore da attivare anche a Lampedusa: per intenderci vorrei che l'isola avesse i colori di Portofino» specifica il presidente del Consiglio parlando alla folla davanti al municipio. «Venendo qui - aggiunge - ho visto un degrado significativo muri scrostati e niente verde, al contrario nella verdissima isola qui accanto, Linosa». «Un piano colore - continua il capo del governo - lo ho già realizzato in un paese della Lombardia e per Lampedusa propongo lo stesso modello, arredando le strade con adeguata illuminazione e con ciottolo. È necessario anche un piano di rimboschimento».


(Dal Corriere della Sera)


Centro di identificazione ed espulsione

Centri di identificazione ed espulsione (CIE), prima denominati centri di permanenza temporanea (CPT), sono strutture previste dalla legge italiana. I CIE sono da intendersi come i terminali delle politiche migratorie italiane ed europee.
Essi sono state istituiti in ottemperanza a quanto disposto all'articolo 12 della legge Turco-Napolitano (L. 40/1998)[1] per ospitare gli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera" nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile.
Poiché essi hanno la funzione di consentire accertamenti sull'identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un'espulsione certa, il loro senso politico si traccia in relazione all'apparato legislativo sull'immigrazione nella sua interezza.
Nell'ordinamento italiano i CIE costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui se non a seguito della violazioni di norme penali. A tutt'oggi i soggetti prigionieri nei CIE non sono considerati detenuti, e di norma vengono eufemisticamente definiti ospiti della struttura. Questa anomalia, oltre alla violazione di norme umanitarie, ha provocato aspre critiche nei confronti dei centri.

Le critiche all'idea di CIE

L'analisi di molti gruppi marxisti e libertari identifica i CIE come strumento necessario al capitale per regolare la quantità di "forza lavoro eccedente", cioè disoccupati e lavoratori saltuari. Osservando come la manovalanza europea sia costituita in gran parte da immigrati (spesso in condizioni di lavoro irregolare), essi deducono che il sistema capitalistico necessita di immigrati ricattabili al fine di poterli sfruttare. Proprio questa sarebbe la funzione delle leggi anti-immigrazione e di istituti quali il permesso di soggiorno, oggetto di critiche in quanto la sua concessione è subordinata alla titoralità di un contratto di lavoro.[20]
I medesimi gruppi sostengono inoltre che il termine tecnicamente corretto per identificare i CIE sia campo di concentramento. Tali strutture sono luoghi in cui vengono rinchiuse persone che non hanno commesso un reato degno di nota, ma sono considerate potenzialmente pericolose. Tale presunta pericolosità spesso deriva proprio dalla nazionalità di provenienza o dall'etnia dei reclusi.
A queste critiche, gli anarchici e i libertari aggiungono un rifiuto incondizionato di ogni tipo di reclusione, negando tra l'altro allo Stato il diritto di esercitare qualunque funzione (punitiva, preventiva e rieducativa) tramite la detenzione degli individui.
Secondo l'estrema destra, invece, i CIE sono considerati una spesa inutile per lo Stato [21], auspicando un rimpatriato immediato dei migranti.
La posizione della Chiesa cattolica è generalmente critica nei confronti dei CIE[22], anche se ad oggi non risultano posizioni organiche ufficiali al riguardo.

I campi di concentramento libici

I gruppi che con più fervore e costanza si oppongono ai CIE estendono la loro critica ai campi di concentramento libici. Gli immigrati di origine africana che vengono espulsi dall'Europa, infatti, vengono deportati in tali strutture. I tre campi attualmente esistenti sono stati parzialmente finanziati dal governo italiano. Il primo è stato costruito nel 2003 e si trova nel nord del paese. I due successivi hanno visto stanziamenti nella finanziaria 2004-2005 e si trovano rispettivamente a Cufra (al confine con l'Egitto) e a Sebha. Tutti e tre si trovano comunque nel deserto. Durante il tragitto da e verso tali campi, moltissimi sono i casi accertati di decessi. Inoltre persone che vi sono state e che sono riuscite a fuggire testimoniano che i secondini forniscono ai detenuti un piatto di riso al giorno e acqua ogni due giorni. All'interno si trovano molte famiglie e molti bambini orfani.[23]


http://it.wikipedia.org/wiki/Centro_di_identificazione_ed_espulsione

Commissari Europei a Tunisi il 30 e 31 Marzo

(TAP) Tunisi, 29 Marzo 2011- La commissaria europea incaricata degli Affari Interni, Cecilia Malmstrom e il commissario incaricato della politica europea di Vicinato e all'argamento, Stefan Fule, effettueranno una visita di lavoro in Tunisia il 30 e 31 Marwo 2011. Notizia appresa da fonte diplomatica europea a Tunisi.

Accompagnati da una importante delegazione europea dell'Unione Europea , i commissari incontreranno M. Bedi Caid Essebsi, Primi ministro tunisino, e dei membri del governo provvisorio. Incontreranno poi i responsabili dei maggiori partiti politici e delle associazioni responsabili della Società Civile.

La commissaria europea incaricata degli affari interni effettuerà una visita ai differenti campi dei rifugiati alla frontiera Tuniso-Libica e si intratterrà con le associazioni ed attori umanitari.

Numerosi responsabili europei sono venuti in Tunisia durante gli ultimi due mesi, ultimo in ordine cronologico il Presidente Europeo, Jerzey Buzek, intervenuto dopo la visità della capa della diplomazia europea, Catherine Ashton.






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